Su che cosa sia il corpo, la corporalità in generale riferita alle cose si è bene espressa Francesca Caputo.
La sua relazione sullo sport in Meneghello coglie subito un aspetto importante: il senso della vita si trova nella filosofia, ma il contenuto di essa affiora nell’attività sportiva, si può dire parafrasando Meneghello.
Qui troviamo una contrapposizione tra quello che si intende per sport in Meneghello e tra i suoi compaesani di Malo e quello che è inteso invece dalla società dei consumi. Per l’autore infatti lo sport è un sentimento di condivisione del profondo essere che è in ognuno di noi, è direi visceralità anche se so che la parola viscerale a lui non piaceva. Si legge infatti nel volume fotografico appena fresco di presentazione al convegno, dal titolo “Volta la carta la ze finìa.Luigi Meneghello.Biografia per immagini”, a cura di Giuliana Adamo e Pietro de Marchi: “Quando, per la pubblicazione, ho mandato Libera nos a malo a Giorgio Bassani, che lavorava allora per Feltrinelli, lui mi ha usato proprio questa parola: “Questo è un romanzo sulle Sue viscere”. Io sono restato stupefatto perché mi parevano scherzi che non c’entravano con le mie viscere; invece era vero, erano viscere, nel senso di cose che porti dentro fin dai primi vagiti della tua natura”.
E’ l’eccitazione quindi il sentimento rivelatore dell’esistenza, ciò che ci fa sentire di essere vivi.
E Meneghello quando è allo stadio immerso in questa eccitazione collettiva non può che dire soltanto “vorremmo sempre vivere così”. E’ il senso dell’eccitazione per la sfida, e la sfida suprema di chi vuole sempre sfidare Dio (ma mai fino in fondo in realtà) per cui emerge sempre nei personaggi del paese quel carattere un po’ sghembo, quindi sempre un po’ più umano, che è un po’ il contrario – o almeno il punto di partenza è al contrario – di quel tipo di sfida con Dio moderna che vedremo tra poco di analizzare.
(Parlando di corpo e corporalità quindi si può tornare ora a parlare per un attimo della questione psichica della lingua. Si è detto che la generazione di Meneghello ha avuto due lingue, una durante l’infanzia, per cui dopo nascerà anche il problema parallelo negli autori a lui coevi se recuperare l’innocenza è recuperare quella lingua oppure no, e l’altra lingua dicevamo si tratta invece di quella dopo l’industrializzazione italiana del boom economico alla fine degli anni cinquanta, dove l’italiano che s’impone, fondamentalmente ruotante intorno a quel certo tipo di economia quindi anche se bisogna dire che ad esempio l’italiano che portò la televisione riuscì anche a portare qua e là qualche sprazzo in più di apertura mentale oltre i confini provinciali, insomma si diceva che l’italiano diventa la lingua base e unificante che livella ogni differenza dialettale.
Ecco quali erano dunque le problematiche e le contingenze di quel tipo di generazione. Riassumendole ancora: due lingue con cui convivere, una prima in una società rurale e una dopo l’industrializzazione + ritrovo del dialetto per ritrovare il senso di una lingua ormai divisa o dialetto per ritrovare l’infanzia e l’innocenza ?
Ora la nostra generazione: direi che il linguaggio lo abbiamo già trovato uniformato, quindi c’era poco da ritrovare il dialetto, ma non il suo senso almeno per noi che lo sentiamo ancora parlare bene dai nostri nonni ma chissà ancora per quanto. A parte questo senso più che con una lingua vera e propria abbiamo avuto a che fare con dei media, quali la televisione, la musica, il cinema e il nuovo entrato internet. Dicevo nell’introduzione a questo riguardo che per noi lo scavo avviene più profondamente in superficie di quanto non si pensi (sarebbe insolito o meglio più difficile di una volta, trovare dei libri di letteratura scritti da uno di noi in dialetto). Ovvero non dobbiamo recuperare alcunché di perduto, ma piuttosto dare significato a ciò che ci circonda. Per i modi di questa riappropriazione rinvio al discorso che farò sulla relazione di Gigliola Sulis. Intanto basti sapere questo.
Domanda lampo: che anche il corpo (il senso cioè) della storiografia si stia esaurendo? Troppa mescolanza oggi e quindi anche il linguaggio da utilizzare vada bene anche falso? Anche a questo rinvio all’articolo su Gigliola Sulis più avanti.)
Riprendiamo dall’attività sportiva.
Il fatto dell’eccitazione nell’attività sportiva, riferisce Meneghello, lo troviamo poi allo stesso modo riferito alle donne, al mettersi in competizione con/per le donne.
Tutto questo (lo stadio, la sfida con Dio, le donne), ecco che si riprende il filo, è in contrapposizione dice Meneghello al fare sport in senso moderno, cioè lo sport fine a sé stesso, insomma quell’esasperazione per il corpo che è venuto a costituirsi come un fatto tipico della nostra società capitalistica e del consumo.
Ecco alla fine la vita cos’è per Meneghello: pensi e fin che pensi il contenuto è l’eccitazione, il sentirsi vivi, l’emozione che nello sport si trova e che è il contrario dello sport di oggi che cura il corpo e che bada poco contemporaneamente a sentire quel senso di vitalità mentre lo fa. Questa è la corporalità che si aggiunge al pensiero intellettuale e che mescolato ad esso rendeva credibili e faceva sentire vere tutte le cose mentre ora ci appare un po’ falsa. Oggi si sta perdendo corporalità in questo senso dappertutto ed è questo che più di ogni altra cosa ci toglie la società dei consumi che ci propinano dall’alto senza che noi possiamo discuterne.
Il corpo, la corporalità sono sempre più percepiti come perduti e nello stesso tempo sono tenuti insieme dalle trame di relazioni di cui la nostra vita è intessuta. Soprattutto direi dalle buone amicizie, anche quelle finite magari per colpa di nessuno, perché le strade si sono divise, ma il cui legame continua a perdurare intatto nel tempo e con lo stesso livello di stima.
Il corpo allora non è più un’entità da sondare ma una cosa condivisa che warholianamente ci fa sentire l’impossibilità di tirare giudizi sulla società in qualche modo staccati da noi stessi.
A parte questa osservazione: più che perderli si perde sempre più la possibilità di comunicarli e di condividerli.
Qui veniamo a contatto con un’altra relazione secondo me molto interessante, cioè quella di Stefano Brugnolo, docente presso l’università di Sassari, il quale ha esposto il problema di come gli abitanti di paesi e terre a economia ancora agricola si rapportarono al nuovo, al mondo della modernità portato con l’industrializzazione, nel momento in cui questa stava arrivando a investirli.
Si vede così che mentre altrove avviene un contrasto tra il mondo contadino e quello della modernità, a Malo avviene piuttosto che i suoi abitanti facciano propria la modernità. Nel senso che la modernità svela tutta la loro attitudine sperimentale-giocosa con le cose, attraverso i loro strumenti e in primis la lingua, il dialetto proprio per la sua potenza vitale. In questo modo succede che invece di rimanere schiacciati gli abitanti di Malo si ritrovano a prendersi delle libertà nei confronti delle cose che gli vengono calate dall’alto che difficilmente ci si potrebbe prendere in maniera così spontanea. Libertà che sono di tipo non solo antireligioso, come si nota nelle parole di Meneghello sui bestemmiatori: “con le loro bestemmie tirano giù il soprannaturale”, ma più in generale antidogmatico. Ecco che troviamo una cosa importante: il corpo della lingua permette di fare proprie tutte le cose, di non renderle così assolute come ci paiono dall’esterno anche le parole più univoche. Si nota quindi in questa vitalità, in particolare in alcuni abitanti di Malo, che non vi è alcuna nostalgia per la società pre-industriale, ma piuttosto uno slancio di uscirne, di uscire cioè in particolare dall’immobilismo dei ritmi di quella vita. La modernità rappresenta quindi una possibilità di approcciare in maniera inventiva e libera alle cose oltre a questo confine, cosa che poi di contro si tradurrà in alcuni casi in una spregiudicatezza anche troppo eccessiva e tale da non controllarne invece le preziose risorse messe in campo in contrasto dall’altra parte contemporaneamente con l’alienazione del mondo industriale.
E Meneghello userà queste parole nei confronti di questa carica vitalistica dei paesani:“commovente tensione verso la vita”.
Nasce quindi una classe nuova in questa fase storica di transizione, con uno spirito a metà tra quello agricolo e quello industriale, tale da rendere Malo un vero e proprio mondo pulsante indicativo dei tempi. E in questo senso emerge bene la sfida con Dio di cui si parlava, quando cioè la gente si costruiva le cose empiricamente, vedi l’armeggiare continuo dello zio Checco con gli attrezzi.
E in questo senso anche lo stesso armeggiare di Meneghello, la sua personalità, la sua precisione quasi scientifica nel lavoro con le parole derivata in parte dalla maniera di lavorare di quel mondo ancora agricolo nel sangue anche se già avviato al cambiamento, e il suo fare schivo e quasi altero, tutto questo ci è dato di capirlo se lo vediamo in relazione a quella generazione e nella maniera in cui si andò portando dietro sempre, ma per la prima volta, trasformazioni e tradizioni insieme. Mi pare in questo senso che la sfuggevolezza della definizione della persona di Meneghello derivi in grossa parte da questa caratteristica che può essere sentita in particolare solo da suoi coetanei. Significativi sono infatti due tentativi di afferrarne la persona: il primo un ritratto di Tullio Pericoli comparso sull’ “Indice del mese” nel 1988 e presente nel volume fotografico citato in precedenza, in merito al quale Meneghello dichiarò: “io non sono affatto così brutto”.
L’altro: una definizione del sindaco di Thiene nell’anno del conferimento delle chiavi della città, occasione in cui fece presente la “dolcezza” di Luigi Meneghello.
Rispondiamo riprendendo un altro fatto .
Ricollegandoci così all’inizio e al tema dello sport come contenuto legato al pensiero filosofico come sostanza, ironicamente Meneghello dice rispondendo a cosa sia allora a questo punto nella vita una cosa perfetta e rispondendo così in parte anche alle definizioni di prima (mi pare che siano parole riportate da Gabrio Vitali in un suo intervento, se non ricordo male):
e’ un colpo di testa con un perfetto stacco da terra e una perfetta inclinazione impressa alla palla.
La sua relazione sullo sport in Meneghello coglie subito un aspetto importante: il senso della vita si trova nella filosofia, ma il contenuto di essa affiora nell’attività sportiva, si può dire parafrasando Meneghello.
Qui troviamo una contrapposizione tra quello che si intende per sport in Meneghello e tra i suoi compaesani di Malo e quello che è inteso invece dalla società dei consumi. Per l’autore infatti lo sport è un sentimento di condivisione del profondo essere che è in ognuno di noi, è direi visceralità anche se so che la parola viscerale a lui non piaceva. Si legge infatti nel volume fotografico appena fresco di presentazione al convegno, dal titolo “Volta la carta la ze finìa.Luigi Meneghello.Biografia per immagini”, a cura di Giuliana Adamo e Pietro de Marchi: “Quando, per la pubblicazione, ho mandato Libera nos a malo a Giorgio Bassani, che lavorava allora per Feltrinelli, lui mi ha usato proprio questa parola: “Questo è un romanzo sulle Sue viscere”. Io sono restato stupefatto perché mi parevano scherzi che non c’entravano con le mie viscere; invece era vero, erano viscere, nel senso di cose che porti dentro fin dai primi vagiti della tua natura”.
E’ l’eccitazione quindi il sentimento rivelatore dell’esistenza, ciò che ci fa sentire di essere vivi.
E Meneghello quando è allo stadio immerso in questa eccitazione collettiva non può che dire soltanto “vorremmo sempre vivere così”. E’ il senso dell’eccitazione per la sfida, e la sfida suprema di chi vuole sempre sfidare Dio (ma mai fino in fondo in realtà) per cui emerge sempre nei personaggi del paese quel carattere un po’ sghembo, quindi sempre un po’ più umano, che è un po’ il contrario – o almeno il punto di partenza è al contrario – di quel tipo di sfida con Dio moderna che vedremo tra poco di analizzare.
(Parlando di corpo e corporalità quindi si può tornare ora a parlare per un attimo della questione psichica della lingua. Si è detto che la generazione di Meneghello ha avuto due lingue, una durante l’infanzia, per cui dopo nascerà anche il problema parallelo negli autori a lui coevi se recuperare l’innocenza è recuperare quella lingua oppure no, e l’altra lingua dicevamo si tratta invece di quella dopo l’industrializzazione italiana del boom economico alla fine degli anni cinquanta, dove l’italiano che s’impone, fondamentalmente ruotante intorno a quel certo tipo di economia quindi anche se bisogna dire che ad esempio l’italiano che portò la televisione riuscì anche a portare qua e là qualche sprazzo in più di apertura mentale oltre i confini provinciali, insomma si diceva che l’italiano diventa la lingua base e unificante che livella ogni differenza dialettale.
Ecco quali erano dunque le problematiche e le contingenze di quel tipo di generazione. Riassumendole ancora: due lingue con cui convivere, una prima in una società rurale e una dopo l’industrializzazione + ritrovo del dialetto per ritrovare il senso di una lingua ormai divisa o dialetto per ritrovare l’infanzia e l’innocenza ?
Ora la nostra generazione: direi che il linguaggio lo abbiamo già trovato uniformato, quindi c’era poco da ritrovare il dialetto, ma non il suo senso almeno per noi che lo sentiamo ancora parlare bene dai nostri nonni ma chissà ancora per quanto. A parte questo senso più che con una lingua vera e propria abbiamo avuto a che fare con dei media, quali la televisione, la musica, il cinema e il nuovo entrato internet. Dicevo nell’introduzione a questo riguardo che per noi lo scavo avviene più profondamente in superficie di quanto non si pensi (sarebbe insolito o meglio più difficile di una volta, trovare dei libri di letteratura scritti da uno di noi in dialetto). Ovvero non dobbiamo recuperare alcunché di perduto, ma piuttosto dare significato a ciò che ci circonda. Per i modi di questa riappropriazione rinvio al discorso che farò sulla relazione di Gigliola Sulis. Intanto basti sapere questo.
Domanda lampo: che anche il corpo (il senso cioè) della storiografia si stia esaurendo? Troppa mescolanza oggi e quindi anche il linguaggio da utilizzare vada bene anche falso? Anche a questo rinvio all’articolo su Gigliola Sulis più avanti.)
Riprendiamo dall’attività sportiva.
Il fatto dell’eccitazione nell’attività sportiva, riferisce Meneghello, lo troviamo poi allo stesso modo riferito alle donne, al mettersi in competizione con/per le donne.
Tutto questo (lo stadio, la sfida con Dio, le donne), ecco che si riprende il filo, è in contrapposizione dice Meneghello al fare sport in senso moderno, cioè lo sport fine a sé stesso, insomma quell’esasperazione per il corpo che è venuto a costituirsi come un fatto tipico della nostra società capitalistica e del consumo.
Ecco alla fine la vita cos’è per Meneghello: pensi e fin che pensi il contenuto è l’eccitazione, il sentirsi vivi, l’emozione che nello sport si trova e che è il contrario dello sport di oggi che cura il corpo e che bada poco contemporaneamente a sentire quel senso di vitalità mentre lo fa. Questa è la corporalità che si aggiunge al pensiero intellettuale e che mescolato ad esso rendeva credibili e faceva sentire vere tutte le cose mentre ora ci appare un po’ falsa. Oggi si sta perdendo corporalità in questo senso dappertutto ed è questo che più di ogni altra cosa ci toglie la società dei consumi che ci propinano dall’alto senza che noi possiamo discuterne.
Il corpo, la corporalità sono sempre più percepiti come perduti e nello stesso tempo sono tenuti insieme dalle trame di relazioni di cui la nostra vita è intessuta. Soprattutto direi dalle buone amicizie, anche quelle finite magari per colpa di nessuno, perché le strade si sono divise, ma il cui legame continua a perdurare intatto nel tempo e con lo stesso livello di stima.
Il corpo allora non è più un’entità da sondare ma una cosa condivisa che warholianamente ci fa sentire l’impossibilità di tirare giudizi sulla società in qualche modo staccati da noi stessi.
A parte questa osservazione: più che perderli si perde sempre più la possibilità di comunicarli e di condividerli.
Qui veniamo a contatto con un’altra relazione secondo me molto interessante, cioè quella di Stefano Brugnolo, docente presso l’università di Sassari, il quale ha esposto il problema di come gli abitanti di paesi e terre a economia ancora agricola si rapportarono al nuovo, al mondo della modernità portato con l’industrializzazione, nel momento in cui questa stava arrivando a investirli.
Si vede così che mentre altrove avviene un contrasto tra il mondo contadino e quello della modernità, a Malo avviene piuttosto che i suoi abitanti facciano propria la modernità. Nel senso che la modernità svela tutta la loro attitudine sperimentale-giocosa con le cose, attraverso i loro strumenti e in primis la lingua, il dialetto proprio per la sua potenza vitale. In questo modo succede che invece di rimanere schiacciati gli abitanti di Malo si ritrovano a prendersi delle libertà nei confronti delle cose che gli vengono calate dall’alto che difficilmente ci si potrebbe prendere in maniera così spontanea. Libertà che sono di tipo non solo antireligioso, come si nota nelle parole di Meneghello sui bestemmiatori: “con le loro bestemmie tirano giù il soprannaturale”, ma più in generale antidogmatico. Ecco che troviamo una cosa importante: il corpo della lingua permette di fare proprie tutte le cose, di non renderle così assolute come ci paiono dall’esterno anche le parole più univoche. Si nota quindi in questa vitalità, in particolare in alcuni abitanti di Malo, che non vi è alcuna nostalgia per la società pre-industriale, ma piuttosto uno slancio di uscirne, di uscire cioè in particolare dall’immobilismo dei ritmi di quella vita. La modernità rappresenta quindi una possibilità di approcciare in maniera inventiva e libera alle cose oltre a questo confine, cosa che poi di contro si tradurrà in alcuni casi in una spregiudicatezza anche troppo eccessiva e tale da non controllarne invece le preziose risorse messe in campo in contrasto dall’altra parte contemporaneamente con l’alienazione del mondo industriale.
E Meneghello userà queste parole nei confronti di questa carica vitalistica dei paesani:“commovente tensione verso la vita”.
Nasce quindi una classe nuova in questa fase storica di transizione, con uno spirito a metà tra quello agricolo e quello industriale, tale da rendere Malo un vero e proprio mondo pulsante indicativo dei tempi. E in questo senso emerge bene la sfida con Dio di cui si parlava, quando cioè la gente si costruiva le cose empiricamente, vedi l’armeggiare continuo dello zio Checco con gli attrezzi.
E in questo senso anche lo stesso armeggiare di Meneghello, la sua personalità, la sua precisione quasi scientifica nel lavoro con le parole derivata in parte dalla maniera di lavorare di quel mondo ancora agricolo nel sangue anche se già avviato al cambiamento, e il suo fare schivo e quasi altero, tutto questo ci è dato di capirlo se lo vediamo in relazione a quella generazione e nella maniera in cui si andò portando dietro sempre, ma per la prima volta, trasformazioni e tradizioni insieme. Mi pare in questo senso che la sfuggevolezza della definizione della persona di Meneghello derivi in grossa parte da questa caratteristica che può essere sentita in particolare solo da suoi coetanei. Significativi sono infatti due tentativi di afferrarne la persona: il primo un ritratto di Tullio Pericoli comparso sull’ “Indice del mese” nel 1988 e presente nel volume fotografico citato in precedenza, in merito al quale Meneghello dichiarò: “io non sono affatto così brutto”.
L’altro: una definizione del sindaco di Thiene nell’anno del conferimento delle chiavi della città, occasione in cui fece presente la “dolcezza” di Luigi Meneghello.
Rispondiamo riprendendo un altro fatto .
Ricollegandoci così all’inizio e al tema dello sport come contenuto legato al pensiero filosofico come sostanza, ironicamente Meneghello dice rispondendo a cosa sia allora a questo punto nella vita una cosa perfetta e rispondendo così in parte anche alle definizioni di prima (mi pare che siano parole riportate da Gabrio Vitali in un suo intervento, se non ricordo male):
e’ un colpo di testa con un perfetto stacco da terra e una perfetta inclinazione impressa alla palla.
G.Righele
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