lunedì 30 giugno 2008

Luigi Meneghello
Introduzione-epilogo passando per il testo: un magma per far parlare ancora l’esperienza
Quando lo scrittore Gianni Celati afferma che nel nostro tempo conta di più la parola dell’esperienza, per parola intende la parola svuotata di senso della pubblicità, della televisione, dei grandi cartelloni pubblicitari che immagino abbia visto girandosi da ogni parte quando anche lui è dispatriato come Meneghello e ha attraversato il continente americano.
La prospettiva di lettura americana della contemporaneità messa in luce da Celati qui ci è utile perché ci ricorda l’aspetto di regressione dell’esperienza individuale, proprio per mezzo di un certo tipo di parola che si caratterizza per il fatto di essere priva di un contenuto corporale, una parola cioè che non esprime più per gesti e suoni e che è scrigno di un’esperienza personale e comune, ma che ci rende al contrario prima distanti l’uno dall’altro e poi estranei anche a noi stessi. “Nel modo come ci andiamo cercando l’un l’altro, si vede ancora quanto erano forti i vincoli di una volta”. Questa frase di Meneghello ci ricorda poi, oltre alla corporalità del linguaggio che ben emerge ricca di esempi e sfacettature in tutta la sua opera, il corpo della realtà stessa delle cose legata allo stesso linguaggio e il modo di ridere e soffrire con esse, e pure di divertirsi quando in particolare fa notare il legame profondo tra amici che s’instaura per mezzo di un sentire comune la grande materia di quella lingua (come ascoltassero tutti sempre la stessa musica e si capissero sempre al volo) o con grande intelligenza quando fa notare che l’entertainment ai suoi tempi non era ancora diverso dalla vita del paese. Ecco allora che con la lingua ruota una realtà e viceversa.

Detto questo, in contemporanea tra le prime cose da dire, accade di notare che ciò che più potrebbe fare impressione ad un lettore della mia generazione iniziando a rileggere l’opera di Luigi Meneghello è la corrispondenza che si instaura mettendo a confronto la sua pagina con quella di un odierno blogger. Il confronto non è tanto casuale se si pensa al modo di procedere dell’autore: i suoi testi lasciano trasparire un’attenzione più al suo intento che non ad una forma che lasci intendere qualcosa di simbolico, anche se poi – e qui sta la differenza – l’intento si fa a sua volta carico esteticamente in maniera particolare. Del resto il tagliar corto, anche se non troppo cinicamente, né d’altra parte troppo appassionatamente, costituisce il nucleo, o una sua parte importante dell’arte di Meneghello. Poiché quello che sembra condurre ogni orditura sempre e ad ogni modo è il vissuto, ma qui si riprenderà dopo il discorso.
Ora troviamo due elementi decisivi che il discorso su Meneghello ci impone. Partiamo dal suo modo di procedere. Negli anni sessanta si parla molto di italiano e di dialetto e di come utilizzare il secondo e introdurlo nei testi letterari. Soprattutto questo discorso si lega al problema di come ridare autenticità alla parola, dal momento che la società italiana stava diventando un paese industrializzato e che l’italiano di conseguenza diventava sempre più artefatto e burocratizzato. Si susseguono diversi esperimenti: chi come Gadda porta il plurilinguismo nella pagina letteraria, chi sottolinea le conseguenze di questa frattura come Pasolini, chi destruttura completamente la lingua perché sostiene che tutto sia falso o falsificabile come gli esponenti della Neoavanguardia. Senza dimenticare la poesia e il suo strappo rispetto alla tradizione lirica con l’apparizione di opere di autori quali Sereni – Zanzotto volendo stare vicini geograficamente a Malo – che introducono il parlato, termini dell’uso quotidiano e il tema della perdita di centralità del soggetto. Il procedere stesso si fa diverso: dalla genialità dell’autore si va inevitabilmente al confronto con diversi modelli e a una sospensione dell’azione per una riflessione sui modi di rappresentazione.
Meneghello si inserisce in questo contesto come una fluttuazione unica nel suo genere. Abbiamo parlato d’intento dello scrittore. La sua pagina infatti si muove, ma si muove al rovescio (quasi) all’interno di un già forte clima sperimentale. E tuttavia non si rovescia mai, perché ogni problema nel testo chiama l’altro, come ha ben sottolineato Fernando Bandini. Ecco che tornano il problema della parola, poi quello del ricordo e quindi di com’è la società, la realtà. E’ una voce assolutamente unica quella di Meneghello all’interno di quel clima, pur tuttavia già avviato all’insegna delle soluzioni personali. Unica perché mette al centro di tutto come si diceva il vissuto, l’unico aspetto che può fa venir fuori da sé un certo lato poetico, o all’opposto didascalico-scientifico. Il testo insomma quasi si crea da sé e crea da sé l’aura intorno ad esso. Questo è un forte elemento di novità e di centralità .

Veniamo così a contatto con la grande questione dell’innocenza del linguaggio. In Meneghello troviamo che il discorso sull’infanzia si mescola al vissuto di quella terra: fino a che punto è ritrovo dell’infanzia e fino a che punto contatto con la terra quel suo andare a ritroso nel linguaggio? Qui il valore della parola ha un suo sfondo psichico imprescindibile, perché lui e quelli della sua generazione hanno avuto quasi due vite con due lingue. Il ritrovo è un’operazione quasi schizofrenica per uno nato in quegli anni, altro elemento di differenza rispetto alla mia generazione. Un lato psichico dell’ermeneutica della parola non ancora psicologico. L’enumerazione caotica di oggi divide, al contrario di quella meneghelliana, e fatica a fare differenze sul piano del discorso tra psichico e psicologico, proprio perché il medium è il lato psichico, per voler dirla alla MacLuan. Si vede così che la nostra mescolanza tra lingua vera e artificiale viene avanti dopo, in maniera americana. Ma questo è più un rischio da valutare caso per caso che un dato di fatto, poiché la scientificizzazione del relativismo che vediamo emergere come altro brutto aspetto da quei lontani anni sessanta di divisione e frattura tenderebbe a rendere troppo incline al dogma questa conseguenza pur tuttavia molto puntuale.

Da ultimo Meneghello è tra i primi a scoprire il legame occulto dei suoni delle parole con le cose che esse designano e a muoversi in questo trasportando il discorso letterario – volendolo semplificare il più possibile – da un campo precedente che chiameremo della “scultura”, cioè caratterizzato dalla ipercostruttività contenutistica, alla “pittura”, una costruttività cioè che nasce da una fase liquida sempre per logica centralità del vissuto in una realtà sempre più artificiale che non può più basare i suoi valori su una scala di giudizio unilateralmente umana (suo secondo elemento di attualità). A Meneghello infatti non interessa definire il campo in cui agisce, né scavarne le motivazioni (non vuole mostrarsi né letterato, né scienziato) perché ne privilegia fondamentalmente – ripeterlo non fa proprio male in questo caso vista la sua importanza – il vissuto. Ecco che allora possiamo pronunciare il suo testamento con una frase sola: con il corpo della parola va perso anche il vissuto.
Né il suo tentativo del resto è quello di mettere in ordine categorie, ad esempio prosa e poesia, cosa che a maggior ragione fa pensare alla definizione di pittura riportata poco prima.
E’ interessante in questo campo notare sia l’attenzione di Meneghello per le glosse e gli aneddoti minimi, sia la consapevolezza di una lingua impastata tra dialetto e italiano maccheronico e latineggiante tipica del teatro vicentino andata perduta, quindi la sua mancata scoperta e la propria peculiarità di scrittore in seguito a questa mancanza. Perché si tratta dell’analogo impasto riportato in vita invece da Gianni Celati nella riscoperta della lingua della sua pianura padana, lingua delle rappresentazioni dei poemi cavallereschi risalente sino al grande Boiardo e al suo “Orlando innamorato”, e quindi a un genere totalmente diverso di tradizione letteraria, ma anche di letteratura in senso stretto per senso della continuità tra presente e passato e della assenza di divisione tra pubblico alto o basso, perché mai slegata dal contatto col pubblico e dalla comunicazione soprattutto orale.
In conclusione possiamo quindi affermare di trovarci di fronte, all’interno del panorama del secondo novecento, ad uno scrittore che si presta ad essere se non il più straordinario, probabilmente il più straordinariamente attuale, e se a Meneghello questa solennità non piacesse ancora, come probabilmente sarebbe, rimane pur sempre il fatto di trovarsi di fronte ad un oggetto di studio stimolante. E speriamo che almeno questa affermazione non risulti mai scontata.