Voglio parlare un po’ della bella relazione tenuta da Laura Peters al convegno ora per iniziare a parlare più piano, con più calma di Meneghello e per collegarmi poi a punti molto importanti, tra cui quello della "pittura" che accennavo nel mio discorso introduttivo. Ciò non toglie quello che penso di questa relazione, che rimane secondo me molto importante anche autonomamente ai collegamenti che presenterò.
Si parte col dire che Meneghello ne i Piccoli Maestri mette in risalto un aspetto rilevante. Rilevante per la sua esperienza e per il modo in cui di conseguenza – ma direi più in modo tale che le due cose dopo rimarranno collegate tra loro – Meneghello stesso affronterà successivamente tutto il suo lavoro. Si tratta del dolore che si insinua in lui nel sentire di non aver combinato qualcosa di buono durante il periodo della Resistenza.
Laura Peters fa riferimento in questo contesto al doppio significato della crisalide, usata in diversi contesti ma alla fine in entrambi i casi in una maniera che può essere messa significativamente in relazione, sia dal grande poeta della prima metà del Novecento Eugenio Montale, che da un grande scrittore della seconda metà Luigi Meneghello e qui Montale è un bel punto di riferimento per le conclusioni che seguiranno.
Una parentesi: dico qui un grande scrittore della seconda metà, per vederlo efficacemente in confronto a Montale. Poi in generale sono d’accordo col dire che si tratta di uno dei più grandi di tutto il Novecento, ma tengo a precisare anche che questo titolo viene spesso usato senza capire la differenza tra due grandi periodi che non possono non essere tenuti da conto, cioè quello prima degli anni sessanta e quello dopo, che già si trova nella mia presentazione e su cui ritornerò ancora.
Dicevo Meneghello e Montale, la definizione della crisalide che si trova nei loro testi, nei piccoli maestri per quanto riguarda Meneghello, e differenza e affinità tra i due. Montale per crisalide intende la sostanziale incapacità di agire, la fissità del tempo della natura nonostante le sue trasformazioni possibili piene di vitalità, quindi la sua inesorabilità. Meneghello invece mette l’accento sul significato di trasformazione della materia grezza del vivere e dell’esperienza attraverso l’esercizio pur non meno amaro della memoria.
E da qui si arriva alla definizione di narrazione per lo stesso autore. Il suo percorso cioè verso la scrittura si svolge più o meno potremmo dire in questo senso: Meneghello rimane deluso dicevamo dal fatto di sentire di non aver combinato niente di buono durante la Resistenza, cosa che lo farà poi tornare sull’Altopiano per ritrovare il senso personale e collettivo della storia e per riflettere sulla guerra. Qui si accorge che se anche non ha combinato nulla di buono secondo lui, gli rimane la possibilità di ricordare, e in particolare quella possibilità ancora alta di trasformare il ricordo in realtà da preservare, in memoria collettiva, proprio tramite l’esperienza, cosa unica e che nessuno può togliere o sminuire nella sua peculiarità.
Qui aggiungerei che questo dovrebbe essere elevato a primo universale diritto dell’uomo, poiché è l’esperienza un fatto che ci rende tutti unici, tutti particolari, tutti degni di dire quello che pensiamo anche se è poco, anche se è già stato detto. Ecco così che non ci sorprenderebbe nemmeno più il fatto di riconoscere in tutti delle credenziali sicure di artisti, cosa che invece stupirebbe e ci urterebbe se non si pensasse ciò in relazione all’esperienza ma al fatto che tutto quello che si scrive sia destinato automaticamente ad essere pubblicato, e non quindi alla conoscenza come ha sottolineato un altro relatore del convegno Renzo Cremante parlando del materiale di Meneghello a Pavia.
Mi preme in particolare a questo proposito ricordare trasversalmente l’intelligente osservazione di Marco Maiocco questa volta sull’artista contemporaneo e conterraneo a Meneghello, Andrea Rossi Andrea (il quale è residente a Thiene, così come lo era lo stesso Meneghello), che qui è interessante tirare in ballo proprio per il discorso che si sta affrontando sul modo di operare, sul procedimento artistico come modo per entrare e capire anche le questioni più inerenti alla contemporaneità, più che per iniziare ad operare un confronto territoriale solo in parte utile e che Meneghello detestava per il fatto di essere rapportato inutilmente ad altri grandi scrittori della sua regione (Zanzotto, Rigoni Stern) solo per motivi d’orgoglio letterario italiano o politico-regionale. Marco Maiocco ha così scritto di Andrea Rossi Andrea in occasione di una sua performance tenuta all’interno della rassegna "Jazz fuori tema" a Tortona la scorsa estate:
"Per Andrea Rossi, il concetto d’arte, in un mondo ipoteticamente "giusto", potrebbe tranquillamente non esistere: tutti saremmo artisti senza nemmeno più accorgerci della differenza tra arte e vita".
Finora si è parlato di come Meneghello è arrivato alla scrittura. Detto questo poi come scrive Meneghello? Com’ è questa sua scrittura?
Laura Peters inizia a questo punto a parlare di intertestualità.
Si diceva che Meneghello fa parlare l’esperienza, la memoria. Nel farlo usa un italiano che è stato definito da Enrico Testa nel suo libro Lo stile semplice "metadialettale". Testa nel suo libro affronta la questione di come l’italiano, da lingua inventata scritta dei letterati per superare le barriere locali nel duecento all’incirca, stia assumendo sempre più un uso medio e costituisca, dice sempre Testa ricordando Serianni, " il punto d’arrivo (o, almeno, un momento importante) del secolare processo di avvicinamento tra parlato e scritto".
Ma a parte quella definizione su Meneghello, più riferita agli altri testi che non a quello in questione, qui nei piccoli maestri troviamo un caso del tutto isolato, ma di uguale e speculare importanza per la scrittura. Meneghello cioè deve narrare dei fatti, delle memorie più lunghe ed è naturale che per farlo si scontri con l’interrogativo della forma del romanzo. Deve insomma usare stavolta il romanzo per dire quello che deve dire; è un collegamento naturale perché i fatti da presentare sono lunghi da spiegare e deve occuparsi meno delle parole e mettere l’accento sulle persone.
E Laura Peters fa notare in che maniera Meneghello faccia a questo punto riferimento a testi altrui mentre scrive. Ciò che sembra emergere sotto ogni aspetto è la sua caratteristica di lettore, più che di scrittore. Come ci parlasse dal testo in qualità di lettore come noi. E’ testimoniata questa profonda conoscenza dei testi e delle letture più varie da parte di Meneghello, non solo perché questo già traspare nelle sue note alle parole, ma come ha fatto giustamente notare Pietro De Marchi da tutto un apparato critico lasciato da Meneghello e praticamente ancora semisconosciuto sotto lo pseudonimo di Ugo Varnai.
Il primo testo di cui parla Laura Peters e di cui legge trasversalmente estratti insieme a I piccoli Maestri è Uomini e no di Elio Vittorini. Si nota così che i due passi sono molto simili. Si è trovato quindi un riferimento metaletterario in Meneghello, ma il riferimento in questione si presenta come riempito e decorato d’ironia rispetto a Vittorini. Le conclusioni a dopo. Ora è utile andare al secondo riferimento.
Pinocchio di Carlo Collodi. Anche qui dalla lettura trasversale di passi di entrambi i testi a confronto, di Pinocchio e I piccoli maestri, emerge una somiglianza notevole a livello di testo. Qui però a parte il testo sembra significativo il riferimento morale a Pinocchio e questo elemento in questo caso va a costituire l’elemento aggiunto alla semplice citazione indiretta proprio come si diceva prima analogamente per l’ironia. Pinocchio è il prototipo dell’antieroe e di tutti i piccoli-grandi ideali dei piccoli maestri.
Venendo a contatto col titolo della conferenza vediamo che si solleva comunque a questo punto una domanda: abbiamo detto che l’esperienza ci può far ancora parlare, anche se non possiamo dire qualcosa di nuovo del tutto o che ci renda gloria. Già questo è diverso da molti discorsi sull’impossibilità di dire che troviamo in molti sostenitori di posizioni attuali nei dibattiti artistici e che prendono nettamente posizione dalla parte della labirinticità e complessità e senso della fine dell’esperienza e del dire e della parola e della necessità di definire il nostro tempo come Post-moderno. Qui si apre un discorso sull’inesperienza e sulla vecchiezza del lirismo rispetto a questioni più attuali secondo i postmodernisti che chiarirò meglio più avanti verso la fine.
Ma poi dicevamo sorge la domanda: l’intertestualità, cioè scrivere facendo riferimento esplicitamente o meno a testi già scritti da altri, falsifica o meno ciò che diciamo?
Abbiamo visto che Meneghello si serve, ma sono solo un paio di esempi tra molti altri e più che altro esempi in riferimento a quanto si sta dicendo, di Vittorini e Collodi. Segue cioè in alcuni casi o per intero tracce sia mentali che concrete, cioè di tipo di testo, di forma, per dar vita alla sua narrazione, ma l’esempio, la citazione non finiscono mai lì. Né finiscono per andare altrove ma lasciando il punto della questione sulla citazione, come sembrerebbe emergere dal filone più recente dell’evoluzione della corrente del postmodernismo tracciato da alcuni teorici, il passaggio dal post-moderno al concettuale.
( per un approfondimento in questo campo della teoria letteraria rimando ad un mio articolo apparso sul blog "Le palle di Mozart" dal titolo "il dibattito letterario attorno le palle di Mozart", www.palledimozart.splinder.com ).
L’intertestualità, il rapporto con altri testi di altri autori più o meno implicito cioè, in particolare qui ne I piccoli maestri perché si tratta di forma romanzo ma poi analogamente anche in tutti gli altri, finisce per demistificare la narrazione (Uomini e no) o di continuare a darne credito (Pinocchio), cioè in generale di intensificarla invece di sminuirne il valore, anche se apparentemente sembrerebbe contradditorio che un testo citato dica la verità, appunto perché non già del suo autore ma di un altro.
Ecco penso che l’esempio di Pinocchio sia molto calzante per capire questa importanza della relazione tra intertestualità e memoria, cioè consente di cogliere il nesso tra l’esercizio pratico del riferirsi ai testi (intertestualità) e il problema ideale di come sentire ancora autentica la vita e l’esperienza (memoria). Questo ci consente anche di ricollegarci alla fine a Montale e di svelare in parallelo la forte connessione che lega tra loro i problemi della creazione artistica e i problemi più attuali umani ed esistenziali di ognuno di noi immerso nella contemporaneità.
Ho trovato la relazione di Laura Peters molto lirica e molto pregnante nell’approccio ad un approfondimento della materia meneghelliana. Pregnante perché concludendo possiamo capire degli aspetti del procedimento artistico, del modo d’intendere il suo lavoro da parte di un autore e se non si parla prima delle intenzioni ormai questo campo della teoria letteraria rischia di diventare sterile e pieno di discorsi non attinenti e tangenti nemmeno in minima parte agli autori.
Così una volta chiarito questo anche i discorsi più tecnici possono caricarsi d’interesse e di rilevanza e Meneghello ci offre un campo pressoché sterminato per questi approfondimenti.
Da un ulteriore sguardo ricordando questo dobbiamo accennare al fatto sottolineato da Giuseppe Barbieri del bisogno di andare oltre l’autoesegesi di Meneghello che si trova nei suoi testi, anche se Barbieri sembra più lanciare il sasso da una prospettiva che ci ricondurrebbe allo stesso problema del sovraffollamento di testi e collegamenti all’esterno molto vari e diversificati anche se magari alcuni o molti attinenti, non essendo immerso specificatamente nel campo della letteratura, ed essendo quindi, come lui stesso lascia intendere, più un lettore di Meneghello, anche se lettore particolarmente attento.
Conclusione insomma: l’intertestualità, lo stare tra i testi, si configura come il conseguimento della nostra – non solo dell’autore – maturità di individui, oltre la forma, che può comunque essere raggiunta oppure no, perché il raggiungimento può pur sempre trovarsi lì. Ecco cosa intende per empirismo Meneghello quando dice "più sbagli e più senti che sei vivo".
Riassumendo: in un epoca come la nostra senza più scala di giudizio, perché sempre più spogliata di umanità e quindi sempre con meno obbiettivi umani da conseguire, non ci resta che l’ esperienza per elevare a senso la nostra vita. Meneghello fa parlare proprio questo usando l’intertestualità. Che poi inventi qualcosa di nuovo per i lettori o meno questo è sempre meno importante di quello che si è appena detto.
Personalmente inolte credo che ogni processo artistico, sia esso privo o meno di una sua consapevolezza (si veda a questo proposito l’interessante scritto di critica testuale Montale vs. Ungaretti a cura di Alberto Bertoni e Jonathan Sisco), o colpito o meno dalla crisi del linguaggio nella maniera che si diceva nell’articolo introduttivo a proposito del lato psichico del linguaggio e della differenza tra due generazioni e su cui comunque si ritornerà, o ancora da profondità personali, sia comunque in egual misura valido e che ogni suo tentativo di descriverlo risponda sostanzialmente ad un unico e semplice criterio, quello della poesia o quello di non dire la verità e sia da ultimo sempre diverso per ogni persona e rimandi sempre a una comunicazione diretta con il suo autore. Qui ho tentato solo di spiegare bene una modalità di procedere in maniera sostanziale, corposa e unitaria attenendomi però sempre al fatto di non chiudere mai il discorso o il tracciato delineato, sapendo anche che Meneghello non era solo questo e che il discorso sin qui fatto ci permette di chiarire lo ripeto un aspetto molto importante a livello letterario o anche solo contemporaneo istituzionalmente assente per lo più anche se centrale e di fondamentale importanza, ma che a parte questo non ha punti stazionari di riferimento.
Anche nel caso dell’intertestualità riferita da Laura Peters per i testi Pinocchio e Uomini e no serve ricordare che l’analisi dei testi in questione rispetta l’andamento poetico della discussione, nel senso che non fa riferimento più di quanto non sia strettamente necessario a termini o campi specifici teorici, ma aiuta piuttosto a condurre verso questa presa di visione riassunta brevemente poco sopra, direttamente collegata a discorsi e interrogativi sull’esistenza di cui tutti siamo chiamati a rispondere con le nostre vite con e oltre l’autore Meneghello. Cosa che permette di dire una cosa ulteriore: la relazione della Peters sembra ricordarci, come sembra urlare l’ultimo cd del citato Andrea Rossi Andrea Baudrillard est mort che in una società come questa dovremmo essere fieri anche solo di alzare un inno al romanticismo, nel significato più semplice e comune del termine.
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1 commento:
Molto interessante il commento di G.Righele su i piccoli maestri dove il dolore del grande scrittore vive come un fuoco perennemente acceso ma mitigato forse dalla scrittura, la sola che può raccontare quel triste periodo della resistenza e rendere vivi i momenti più significativi.
FERRUCCIO
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