domenica 10 agosto 2008

Mi sembra interessante terminare questo diario-indagine su Meneghello parlando della relazione di Gigliola Sulis.
Il discorso di Gigliola Sulis mette l’accento – per una volta tanto troviamo un identico riscontro anche da un altro parere in questo transitare per la materia meneghelliana – sull’importanza delle glosse. Nelle glosse s’individua un importantissimo nucleo del lavoro di Meneghello: è l’immediatezza di ogni lingua usata per spiegare meglio un concetto, anche se ciò che emerge poi dall’esterno è un incastro di molte lingue. Ed è interessante perché si capisce così ancora una volta come valuta Meneghello il valore letterario della sua opera (dicevamo nell’introduzione: “i suoi testi lasciano trasparire un’attenzione più al suo intento che non ad una forma che lasci intendere qualcosa di simbolico, anche se poi – e qui sta la differenza – l’intento si fa a sua volta carico esteticamente in maniera particolare”).
A questo proposito ora è utile lasciar parlare proprio Meneghello da Quaggiù nella biosfera:

“ è un senso di urgenza espressiva in forme a tratti estreme, quasi patologiche. L’effetto di una lingua sconvolta è legato alla presenza nell’animo dello scrittore di una sottostante materia che ribolle. C’è un magma rovente di percezioni che si accavallano e fanno ressa, e la mente che le concepisce non riesce a esporle per vie ordinarie, non ne ha il tempo – si crea un ingorgo di spunti e conati espressivi, quasi un effetto di balbuzie… I dettagli dell’effettivo assetto linguistico dei testi,per esempio le irruzioni in inglese – di quell’inglese sui generis – non mi sembrano di cruciale importanza.
“Fattore campo, - disse il Biondo semplicemente, ma con una grimness ominous.” Le ultime tre parole non sono italiano né inglese. L’articolo ne fa una frase quasi italiana, ma ciò che segue non è del tutto inglese (normalmente si direbbe with ominous grimness). L’incastro delle due lingue è a volte affidato a un procedimento che è familiare a chi le ha in uso entrambe: “I valloni e le forre erano as bleak as lassù”. A me è capitato di scrivere addirittura, a titolo di esempio e di autogiustificazione: “Io sono as italiano di lingua as the next man”.
L’uso dell’inglese va accostato a quello delle “irregolarità” linguistiche, i neologismi, le neoformazioni ecc., che conferiscono al testo il suo eccezionale potere di straniamento. Perché scrivere per esempio “vividità” al posto di “vividezza”? E’ come se lo scrittore cercasse le parole in se stesso – non nell’uso corrente. In che cosa differisce “una figura invisibilizzata quasi dalla stessa intensità della luce lunare” da “una figura resa quasi invisibile”? Sono esempi degli effetti stranianti di questo modo di scrivere, in sintonia con l’esperienza straniante della guerra partigiana.” ”

Proprio l’eperienza partigiana ci consente di tornare alla relazione di Gigliola Sulis. Si può concludere dicendo che Meneghello rifiuterà dopo la guerra il monolinguismo impartitogli con l’educazione scolastica e carico nel suo substrato di un’etica e di un’estetica profondamente legate – e che confluiranno poi – al periodo del regime, ma procederà ad adottare il plurilinguismo con una profonda convinzione etica.
La sua scrittura è quindi frutto dell’immediatezza nel senso che si diceva poco sopra da un lato e da questa presa di coscienza etica da un altro.
Ecco che troviamo subito il passaggio ad un altro tipo di considerazione.
In questo modo quando l’inglese spiega l’italiano e viceversa e così anche per il dialetto,
scopriamo il corpo del significante
(concetto molto attuale e molto utile per capire l’attualità e discorso tra i più importanti tra quelli coagulati nel tracciato delineato/delineatosi finora).
Scopriamo cioè che la parola, al di là dei significati che contiene, contiene un richiamo di senso che possiamo avvertire se la nostra sensibilità è un po’ allenata a sentire se le parole suonano bene o male, o come suonano in generale. Questo è il significante, ma perché è importante?
Ritorna il quesito che avevamo aperto con la relazione di Francesca Caputo.
Che lingua oggi per noi per dire, raccontare la realtà o dire anche solo in generale?
Non dovendo recuperare il dialetto ma probabilmente il suo senso, ma anche contemporaneamente il carico di vissuto che sta dietro ai significanti più o meno artificiali, in particolare a quelle parole prive di significato emozionale ma carichi di vissuto nel richiamo a cui rimanda il significante stesso, ecco che assume un’importanza parallela proprio il significante assieme al lascito migliore della rivisitazione e restituzione di credibilità come abbiamo visto emergere da tutta la letteratura degli anni sessanta. E probabilmente, anzi sicuramente ancora di più la comunicazione – direi ancora di più la messa in comunicazione – tra tutta questa diversità.
Vediamo che dire le cose con linguaggio letterario vecchio ma riferito al presente ha senso per la nostra generazione. (Vedi a confronto la crisi del realismo negli anni 50 in Italia e l’utilizzo di un linguaggio comunque artificiale per dire la verità perché il concetto che sta sotto è comunque che il linguaggio scritto è artificiale, in Zanzotto, Dietro il paesaggio).
Ecco anche che ritroviamo il discorso sull’importanza di tener presente il romanticismo non solo a fini letterari, dell’articolo su Laura Peters.


In generale oggi avviene, come fenomeno in più rispetto al passato, un’estrapolazione del corpo del significante, anche se magari non c’è presente nemmeno psichicamente come richiamo e si manifesta solo attraverso il vissuto, anche se vissuto sempre più personale e insondabile (ecco l’importanza della comunicazione esterna con l’autore).
Questo tipo di corporalità del significante è profondamente diverso da altri suoi tipi di resa, ad esempio quelli che troviamo nella cosiddetta generazione dei “Cannibali”, perché qui si rende evidente ai sensi un certo tipo di richiamo emozionale che invece non troviamo se non come provocazione. Questione di usi e intenti diversi.
Ma vediamo anche le conseguenze distruttive di questo: perdita di riferimento spazio-temporale perché si fa riferimento a un lato particolare della corporalità. Questo avviene in generale e sempre come differenza rispetto al passato, cosa che quindi non esclude del tutto di trovare qualcosa di veramente corporeo (vedi Qsl from Web o per principio contrario cioè per sottrazione di corporalità in Textmeldg.blue, entrambi cd di Andrea Rossi Andrea tanto per restare in tema con i richiami emersi fin qui e che possono supportarci e restare da supporto anche andando avanti, come tanti “Virgilio” nell’attraversamento dell’inferno contemporaneo). Alcune conseguenze sono lo smarrimento, l’incapacità d’incanalare le energie le quali finiscono per dissiparsi, la regressione e la chiusura e quand’anche positive senza possibilità di tradursi in azione nel reale.
Sempre tenendoci qui ora, fermiamoci però un istante e giriamo lo sguardo verso la relazione di Ernestina Pellegrini e le giunte abbozzate che ci rimangono al termine della nostra – a proposito di attraversamento – promenade meneghelliana. (appunti per un aggiornamento della retorica: che cos’è “Promenade meneghelliana” ? Si sta forse formando una retorica della metaretorica affidata ai sensi. Il rischio anche qui è quello di mettere tutto assieme anche laddove dovrebbe essere diviso per conservare individualità specifica sensoriale. Spostandosi l’attenzione verso la sensorialità oggi per continuare a mantenere il senso della storiografia, si rischia di perdere di vista la sensorialità specifica dell’oggetto in questione, che può finire per andare mescolata a questo discorso sui sensi. Anche qui si va a seconda dei casi ).
Per quanto riguarda il discorso di Ernestina Pellegrini l’accento cade – un po’ per caso un po’ no ma sempre con molta intelligenza poi a selezionare caso per caso e a riflettere contestualmente su queste tracce e qui a mio avviso è riscontrabile la grandezza di Meneghello – sui buchi neri della psiche, su quel nulla, quello spazio tra i due tipi di fantastico entro cui si cade durante le associazioni psichiche.
Vediamo come nella scrittura si insinua sempre di più la scheggia, il frammento della memoria involontaria e come si cerca di riordinare questa involontarietà. Vediamo anche quanto importante è il lascito dell’esperienza di Andrea Zanzotto, ancora una volta di più.

E’ infine interessante vedere come l’inglese raddoppia la questione dello scavo del linguaggio. Italiano-dialetto / Inglese-italiano (+ tutte le altre combinazioni). Si nota a questo riguardo il contrasto che si viene a creare tra il pragmatismo dell’inglese e il fondo d’indeterminatezza dell’italiano. (Meneghello è ancor più vicino a noi in questo senso di commistione globale dei linguaggi).

Ecco quindi che “si riavvia la macchina narrativa” per dirla con Francesca Caputo, proprio per mezzo della corporalità di cui abbiamo parlato finora e che nella relazione precedente era toccata col tema dello sport.
Ecco quindi come Meneghello ci aiuta oggi a guardare a questo riavvio: nell’epoca in cui si sta per esaurire il lato psichico del linguaggio i significanti vengono in relazione tra loro per il tramite dell’esperienza, per non cascare nello psicologico e continuare ad operare per inclusività invece che per organicità, come fa ben notare Bruno Pischedda, cioè una fenomenologia che tenga conto di tutti gli individui e che permetta di narrare ancora, perché c’è ancora da narrare.


Quindi da ultimo con le trasformazioni di cui abbiamo parlato si può notare come questo “sbrigliamento del significante” rischi da una parte di far arroccare ciascuno sulle sue posizioni, e d’altra parte in questo abbiamo l’impressione che tutto si omologhi e si appiattisca. Questo perché può essere reso incondizionatamente se non rimane da una parte l’intento di preservare anche l’intenzione con cui ci si accosta alla creazione artistica. Quell’intenzione, che è ancora l’unica cosa di cui valga la pena di parlare ancora davvero per me (parlare nel senso di preservare), di non forzare la religiosità del momento autentico in cui le cose affiorano da sé senza intenzione e che è specchio dell’amore disinteressato per le cose che ci circondano, l’unico segnale ancora di autenticità e condivisione in un mondo sempre più portato a fingersi anche nelle sue espressioni più integre e genuine. Ma questo, si sa anche, è un campo in cui i discorsi e i conti si fanno più di tutto con sé stessi.

G.Righele





Su che cosa sia il corpo, la corporalità in generale riferita alle cose si è bene espressa Francesca Caputo.
La sua relazione sullo sport in Meneghello coglie subito un aspetto importante: il senso della vita si trova nella filosofia, ma il contenuto di essa affiora nell’attività sportiva, si può dire parafrasando Meneghello.
Qui troviamo una contrapposizione tra quello che si intende per sport in Meneghello e tra i suoi compaesani di Malo e quello che è inteso invece dalla società dei consumi. Per l’autore infatti lo sport è un sentimento di condivisione del profondo essere che è in ognuno di noi, è direi visceralità anche se so che la parola viscerale a lui non piaceva. Si legge infatti nel volume fotografico appena fresco di presentazione al convegno, dal titolo “Volta la carta la ze finìa.Luigi Meneghello.Biografia per immagini”, a cura di Giuliana Adamo e Pietro de Marchi: “Quando, per la pubblicazione, ho mandato Libera nos a malo a Giorgio Bassani, che lavorava allora per Feltrinelli, lui mi ha usato proprio questa parola: “Questo è un romanzo sulle Sue viscere”. Io sono restato stupefatto perché mi parevano scherzi che non c’entravano con le mie viscere; invece era vero, erano viscere, nel senso di cose che porti dentro fin dai primi vagiti della tua natura”.
E’ l’eccitazione quindi il sentimento rivelatore dell’esistenza, ciò che ci fa sentire di essere vivi.
E Meneghello quando è allo stadio immerso in questa eccitazione collettiva non può che dire soltanto “vorremmo sempre vivere così”. E’ il senso dell’eccitazione per la sfida, e la sfida suprema di chi vuole sempre sfidare Dio (ma mai fino in fondo in realtà) per cui emerge sempre nei personaggi del paese quel carattere un po’ sghembo, quindi sempre un po’ più umano, che è un po’ il contrario – o almeno il punto di partenza è al contrario – di quel tipo di sfida con Dio moderna che vedremo tra poco di analizzare.

(Parlando di corpo e corporalità quindi si può tornare ora a parlare per un attimo della questione psichica della lingua. Si è detto che la generazione di Meneghello ha avuto due lingue, una durante l’infanzia, per cui dopo nascerà anche il problema parallelo negli autori a lui coevi se recuperare l’innocenza è recuperare quella lingua oppure no, e l’altra lingua dicevamo si tratta invece di quella dopo l’industrializzazione italiana del boom economico alla fine degli anni cinquanta, dove l’italiano che s’impone, fondamentalmente ruotante intorno a quel certo tipo di economia quindi anche se bisogna dire che ad esempio l’italiano che portò la televisione riuscì anche a portare qua e là qualche sprazzo in più di apertura mentale oltre i confini provinciali, insomma si diceva che l’italiano diventa la lingua base e unificante che livella ogni differenza dialettale.
Ecco quali erano dunque le problematiche e le contingenze di quel tipo di generazione. Riassumendole ancora: due lingue con cui convivere, una prima in una società rurale e una dopo l’industrializzazione + ritrovo del dialetto per ritrovare il senso di una lingua ormai divisa o dialetto per ritrovare l’infanzia e l’innocenza ?
Ora la nostra generazione: direi che il linguaggio lo abbiamo già trovato uniformato, quindi c’era poco da ritrovare il dialetto, ma non il suo senso almeno per noi che lo sentiamo ancora parlare bene dai nostri nonni ma chissà ancora per quanto. A parte questo senso più che con una lingua vera e propria abbiamo avuto a che fare con dei media, quali la televisione, la musica, il cinema e il nuovo entrato internet. Dicevo nell’introduzione a questo riguardo che per noi lo scavo avviene più profondamente in superficie di quanto non si pensi (sarebbe insolito o meglio più difficile di una volta, trovare dei libri di letteratura scritti da uno di noi in dialetto). Ovvero non dobbiamo recuperare alcunché di perduto, ma piuttosto dare significato a ciò che ci circonda. Per i modi di questa riappropriazione rinvio al discorso che farò sulla relazione di Gigliola Sulis. Intanto basti sapere questo.
Domanda lampo: che anche il corpo (il senso cioè) della storiografia si stia esaurendo? Troppa mescolanza oggi e quindi anche il linguaggio da utilizzare vada bene anche falso? Anche a questo rinvio all’articolo su Gigliola Sulis più avanti.)

Riprendiamo dall’attività sportiva.
Il fatto dell’eccitazione nell’attività sportiva, riferisce Meneghello, lo troviamo poi allo stesso modo riferito alle donne, al mettersi in competizione con/per le donne.
Tutto questo (lo stadio, la sfida con Dio, le donne), ecco che si riprende il filo, è in contrapposizione dice Meneghello al fare sport in senso moderno, cioè lo sport fine a sé stesso, insomma quell’esasperazione per il corpo che è venuto a costituirsi come un fatto tipico della nostra società capitalistica e del consumo.
Ecco alla fine la vita cos’è per Meneghello: pensi e fin che pensi il contenuto è l’eccitazione, il sentirsi vivi, l’emozione che nello sport si trova e che è il contrario dello sport di oggi che cura il corpo e che bada poco contemporaneamente a sentire quel senso di vitalità mentre lo fa. Questa è la corporalità che si aggiunge al pensiero intellettuale e che mescolato ad esso rendeva credibili e faceva sentire vere tutte le cose mentre ora ci appare un po’ falsa. Oggi si sta perdendo corporalità in questo senso dappertutto ed è questo che più di ogni altra cosa ci toglie la società dei consumi che ci propinano dall’alto senza che noi possiamo discuterne
.
Il corpo, la corporalità sono sempre più percepiti come perduti e nello stesso tempo sono tenuti insieme dalle trame di relazioni di cui la nostra vita è intessuta. Soprattutto direi dalle buone amicizie, anche quelle finite magari per colpa di nessuno, perché le strade si sono divise, ma il cui legame continua a perdurare intatto nel tempo e con lo stesso livello di stima.
Il corpo allora non è più un’entità da sondare ma una cosa condivisa che warholianamente ci fa sentire l’impossibilità di tirare giudizi sulla società in qualche modo staccati da noi stessi.
A parte questa osservazione: più che perderli si perde sempre più la possibilità di comunicarli e di condividerli.
Qui veniamo a contatto con un’altra relazione secondo me molto interessante, cioè quella di Stefano Brugnolo, docente presso l’università di Sassari, il quale ha esposto il problema di come gli abitanti di paesi e terre a economia ancora agricola si rapportarono al nuovo, al mondo della modernità portato con l’industrializzazione, nel momento in cui questa stava arrivando a investirli.
Si vede così che mentre altrove avviene un contrasto tra il mondo contadino e quello della modernità, a Malo avviene piuttosto che i suoi abitanti facciano propria la modernità. Nel senso che la modernità svela tutta la loro attitudine sperimentale-giocosa con le cose, attraverso i loro strumenti e in primis la lingua, il dialetto proprio per la sua potenza vitale. In questo modo succede che invece di rimanere schiacciati gli abitanti di Malo si ritrovano a prendersi delle libertà nei confronti delle cose che gli vengono calate dall’alto che difficilmente ci si potrebbe prendere in maniera così spontanea. Libertà che sono di tipo non solo antireligioso, come si nota nelle parole di Meneghello sui bestemmiatori: “con le loro bestemmie tirano giù il soprannaturale”, ma più in generale antidogmatico. Ecco che troviamo una cosa importante: il corpo della lingua permette di fare proprie tutte le cose, di non renderle così assolute come ci paiono dall’esterno anche le parole più univoche. Si nota quindi in questa vitalità, in particolare in alcuni abitanti di Malo, che non vi è alcuna nostalgia per la società pre-industriale, ma piuttosto uno slancio di uscirne, di uscire cioè in particolare dall’immobilismo dei ritmi di quella vita. La modernità rappresenta quindi una possibilità di approcciare in maniera inventiva e libera alle cose oltre a questo confine, cosa che poi di contro si tradurrà in alcuni casi in una spregiudicatezza anche troppo eccessiva e tale da non controllarne invece le preziose risorse messe in campo in contrasto dall’altra parte contemporaneamente con l’alienazione del mondo industriale.
E Meneghello userà queste parole nei confronti di questa carica vitalistica dei paesani:“commovente tensione verso la vita”.
Nasce quindi una classe nuova in questa fase storica di transizione, con uno spirito a metà tra quello agricolo e quello industriale, tale da rendere Malo un vero e proprio mondo pulsante indicativo dei tempi. E in questo senso emerge bene la sfida con Dio di cui si parlava, quando cioè la gente si costruiva le cose empiricamente, vedi l’armeggiare continuo dello zio Checco con gli attrezzi.
E in questo senso anche lo stesso armeggiare di Meneghello, la sua personalità, la sua precisione quasi scientifica nel lavoro con le parole derivata in parte dalla maniera di lavorare di quel mondo ancora agricolo nel sangue anche se già avviato al cambiamento, e il suo fare schivo e quasi altero, tutto questo ci è dato di capirlo se lo vediamo in relazione a quella generazione e nella maniera in cui si andò portando dietro sempre, ma per la prima volta, trasformazioni e tradizioni insieme. Mi pare in questo senso che la sfuggevolezza della definizione della persona di Meneghello derivi in grossa parte da questa caratteristica che può essere sentita in particolare solo da suoi coetanei. Significativi sono infatti due tentativi di afferrarne la persona: il primo un ritratto di Tullio Pericoli comparso sull’ “Indice del mese” nel 1988 e presente nel volume fotografico citato in precedenza, in merito al quale Meneghello dichiarò: “io non sono affatto così brutto”.
L’altro: una definizione del sindaco di Thiene nell’anno del conferimento delle chiavi della città, occasione in cui fece presente la “dolcezza” di Luigi Meneghello.
Rispondiamo riprendendo un altro fatto .
Ricollegandoci così all’inizio e al tema dello sport come contenuto legato al pensiero filosofico come sostanza, ironicamente Meneghello dice rispondendo a cosa sia allora a questo punto nella vita una cosa perfetta e rispondendo così in parte anche alle definizioni di prima (mi pare che siano parole riportate da Gabrio Vitali in un suo intervento, se non ricordo male):
e’ un colpo di testa con un perfetto stacco da terra e una perfetta inclinazione impressa alla palla.

G.Righele




venerdì 4 luglio 2008

Voglio parlare un po’ della bella relazione tenuta da Laura Peters al convegno ora per iniziare a parlare più piano, con più calma di Meneghello e per collegarmi poi a punti molto importanti, tra cui quello della "pittura" che accennavo nel mio discorso introduttivo. Ciò non toglie quello che penso di questa relazione, che rimane secondo me molto importante anche autonomamente ai collegamenti che presenterò.



Si parte col dire che Meneghello ne i Piccoli Maestri mette in risalto un aspetto rilevante. Rilevante per la sua esperienza e per il modo in cui di conseguenza – ma direi più in modo tale che le due cose dopo rimarranno collegate tra loro – Meneghello stesso affronterà successivamente tutto il suo lavoro. Si tratta del dolore che si insinua in lui nel sentire di non aver combinato qualcosa di buono durante il periodo della Resistenza.
Laura Peters fa riferimento in questo contesto al doppio significato della crisalide, usata in diversi contesti ma alla fine in entrambi i casi in una maniera che può essere messa significativamente in relazione, sia dal grande poeta della prima metà del Novecento Eugenio Montale, che da un grande scrittore della seconda metà Luigi Meneghello e qui Montale è un bel punto di riferimento per le conclusioni che seguiranno.
Una parentesi: dico qui un grande scrittore della seconda metà, per vederlo efficacemente in confronto a Montale. Poi in generale sono d’accordo col dire che si tratta di uno dei più grandi di tutto il Novecento, ma tengo a precisare anche che questo titolo viene spesso usato senza capire la differenza tra due grandi periodi che non possono non essere tenuti da conto, cioè quello prima degli anni sessanta e quello dopo, che già si trova nella mia presentazione e su cui ritornerò ancora.
Dicevo Meneghello e Montale, la definizione della crisalide che si trova nei loro testi, nei piccoli maestri per quanto riguarda Meneghello, e differenza e affinità tra i due. Montale per crisalide intende la sostanziale incapacità di agire, la fissità del tempo della natura nonostante le sue trasformazioni possibili piene di vitalità, quindi la sua inesorabilità. Meneghello invece mette l’accento sul significato di trasformazione della materia grezza del vivere e dell’esperienza attraverso l’esercizio pur non meno amaro della memoria.
E da qui si arriva alla definizione di narrazione per lo stesso autore. Il suo percorso cioè verso la scrittura si svolge più o meno potremmo dire in questo senso: Meneghello rimane deluso dicevamo dal fatto di sentire di non aver combinato niente di buono durante la Resistenza, cosa che lo farà poi tornare sull’Altopiano per ritrovare il senso personale e collettivo della storia e per riflettere sulla guerra. Qui si accorge che se anche non ha combinato nulla di buono secondo lui, gli rimane la possibilità di ricordare, e in particolare quella possibilità ancora alta di trasformare il ricordo in realtà da preservare, in memoria collettiva, proprio tramite l’esperienza, cosa unica e che nessuno può togliere o sminuire nella sua peculiarità.
Qui aggiungerei che questo dovrebbe essere elevato a primo universale diritto dell’uomo, poiché è l’esperienza un fatto che ci rende tutti unici, tutti particolari, tutti degni di dire quello che pensiamo anche se è poco, anche se è già stato detto. Ecco così che non ci sorprenderebbe nemmeno più il fatto di riconoscere in tutti delle credenziali sicure di artisti, cosa che invece stupirebbe e ci urterebbe se non si pensasse ciò in relazione all’esperienza ma al fatto che tutto quello che si scrive sia destinato automaticamente ad essere pubblicato, e non quindi alla conoscenza come ha sottolineato un altro relatore del convegno Renzo Cremante parlando del materiale di Meneghello a Pavia.
Mi preme in particolare a questo proposito ricordare trasversalmente l’intelligente osservazione di Marco Maiocco questa volta sull’artista contemporaneo e conterraneo a Meneghello, Andrea Rossi Andrea (il quale è residente a Thiene, così come lo era lo stesso Meneghello), che qui è interessante tirare in ballo proprio per il discorso che si sta affrontando sul modo di operare, sul procedimento artistico come modo per entrare e capire anche le questioni più inerenti alla contemporaneità, più che per iniziare ad operare un confronto territoriale solo in parte utile e che Meneghello detestava per il fatto di essere rapportato inutilmente ad altri grandi scrittori della sua regione (Zanzotto, Rigoni Stern) solo per motivi d’orgoglio letterario italiano o politico-regionale. Marco Maiocco ha così scritto di Andrea Rossi Andrea in occasione di una sua performance tenuta all’interno della rassegna "Jazz fuori tema" a Tortona la scorsa estate:
"Per Andrea Rossi, il concetto d’arte, in un mondo ipoteticamente "giusto", potrebbe tranquillamente non esistere: tutti saremmo artisti senza nemmeno più accorgerci della differenza tra arte e vita".


Finora si è parlato di come Meneghello è arrivato alla scrittura. Detto questo poi come scrive Meneghello? Com’ è questa sua scrittura?
Laura Peters inizia a questo punto a parlare di intertestualità.
Si diceva che Meneghello fa parlare l’esperienza, la memoria. Nel farlo usa un italiano che è stato definito da Enrico Testa nel suo libro Lo stile semplice "metadialettale". Testa nel suo libro affronta la questione di come l’italiano, da lingua inventata scritta dei letterati per superare le barriere locali nel duecento all’incirca, stia assumendo sempre più un uso medio e costituisca, dice sempre Testa ricordando Serianni, " il punto d’arrivo (o, almeno, un momento importante) del secolare processo di avvicinamento tra parlato e scritto".
Ma a parte quella definizione su Meneghello, più riferita agli altri testi che non a quello in questione, qui nei piccoli maestri troviamo un caso del tutto isolato, ma di uguale e speculare importanza per la scrittura. Meneghello cioè deve narrare dei fatti, delle memorie più lunghe ed è naturale che per farlo si scontri con l’interrogativo della forma del romanzo. Deve insomma usare stavolta il romanzo per dire quello che deve dire; è un collegamento naturale perché i fatti da presentare sono lunghi da spiegare e deve occuparsi meno delle parole e mettere l’accento sulle persone.
E Laura Peters fa notare in che maniera Meneghello faccia a questo punto riferimento a testi altrui mentre scrive. Ciò che sembra emergere sotto ogni aspetto è la sua caratteristica di lettore, più che di scrittore. Come ci parlasse dal testo in qualità di lettore come noi. E’ testimoniata questa profonda conoscenza dei testi e delle letture più varie da parte di Meneghello, non solo perché questo già traspare nelle sue note alle parole, ma come ha fatto giustamente notare Pietro De Marchi da tutto un apparato critico lasciato da Meneghello e praticamente ancora semisconosciuto sotto lo pseudonimo di Ugo Varnai.
Il primo testo di cui parla Laura Peters e di cui legge trasversalmente estratti insieme a I piccoli Maestri è Uomini e no di Elio Vittorini. Si nota così che i due passi sono molto simili. Si è trovato quindi un riferimento metaletterario in Meneghello, ma il riferimento in questione si presenta come riempito e decorato d’ironia rispetto a Vittorini. Le conclusioni a dopo. Ora è utile andare al secondo riferimento.
Pinocchio di Carlo Collodi. Anche qui dalla lettura trasversale di passi di entrambi i testi a confronto, di Pinocchio e I piccoli maestri, emerge una somiglianza notevole a livello di testo. Qui però a parte il testo sembra significativo il riferimento morale a Pinocchio e questo elemento in questo caso va a costituire l’elemento aggiunto alla semplice citazione indiretta proprio come si diceva prima analogamente per l’ironia. Pinocchio è il prototipo dell’antieroe e di tutti i piccoli-grandi ideali dei piccoli maestri.

Venendo a contatto col titolo della conferenza vediamo che si solleva comunque a questo punto una domanda: abbiamo detto che l’esperienza ci può far ancora parlare, anche se non possiamo dire qualcosa di nuovo del tutto o che ci renda gloria. Già questo è diverso da molti discorsi sull’impossibilità di dire che troviamo in molti sostenitori di posizioni attuali nei dibattiti artistici e che prendono nettamente posizione dalla parte della labirinticità e complessità e senso della fine dell’esperienza e del dire e della parola e della necessità di definire il nostro tempo come Post-moderno. Qui si apre un discorso sull’inesperienza e sulla vecchiezza del lirismo rispetto a questioni più attuali secondo i postmodernisti che chiarirò meglio più avanti verso la fine.
Ma poi dicevamo sorge la domanda: l’intertestualità, cioè scrivere facendo riferimento esplicitamente o meno a testi già scritti da altri, falsifica o meno ciò che diciamo?
Abbiamo visto che Meneghello si serve, ma sono solo un paio di esempi tra molti altri e più che altro esempi in riferimento a quanto si sta dicendo, di Vittorini e Collodi. Segue cioè in alcuni casi o per intero tracce sia mentali che concrete, cioè di tipo di testo, di forma, per dar vita alla sua narrazione, ma l’esempio, la citazione non finiscono mai lì. Né finiscono per andare altrove ma lasciando il punto della questione sulla citazione, come sembrerebbe emergere dal filone più recente dell’evoluzione della corrente del postmodernismo tracciato da alcuni teorici, il passaggio dal post-moderno al concettuale.
( per un approfondimento in questo campo della teoria letteraria rimando ad un mio articolo apparso sul blog "Le palle di Mozart" dal titolo "il dibattito letterario attorno le palle di Mozart", www.palledimozart.splinder.com ).
L’intertestualità, il rapporto con altri testi di altri autori più o meno implicito cioè, in particolare qui ne I piccoli maestri perché si tratta di forma romanzo ma poi analogamente anche in tutti gli altri, finisce per demistificare la narrazione (Uomini e no) o di continuare a darne credito (Pinocchio), cioè in generale di intensificarla invece di sminuirne il valore, anche se apparentemente sembrerebbe contradditorio che un testo citato dica la verità, appunto perché non già del suo autore ma di un altro.
Ecco penso che l’esempio di Pinocchio sia molto calzante per capire questa importanza della relazione tra intertestualità e memoria, cioè consente di cogliere il nesso tra l’esercizio pratico del riferirsi ai testi (intertestualità) e il problema ideale di come sentire ancora autentica la vita e l’esperienza (memoria). Questo ci consente anche di ricollegarci alla fine a Montale e di svelare in parallelo la forte connessione che lega tra loro i problemi della creazione artistica e i problemi più attuali umani ed esistenziali di ognuno di noi immerso nella contemporaneità.
Ho trovato la relazione di Laura Peters molto lirica e molto pregnante nell’approccio ad un approfondimento della materia meneghelliana. Pregnante perché concludendo possiamo capire degli aspetti del procedimento artistico, del modo d’intendere il suo lavoro da parte di un autore e se non si parla prima delle intenzioni ormai questo campo della teoria letteraria rischia di diventare sterile e pieno di discorsi non attinenti e tangenti nemmeno in minima parte agli autori.
Così una volta chiarito questo anche i discorsi più tecnici possono caricarsi d’interesse e di rilevanza e Meneghello ci offre un campo pressoché sterminato per questi approfondimenti.
Da un ulteriore sguardo ricordando questo dobbiamo accennare al fatto sottolineato da Giuseppe Barbieri del bisogno di andare oltre l’autoesegesi di Meneghello che si trova nei suoi testi, anche se Barbieri sembra più lanciare il sasso da una prospettiva che ci ricondurrebbe allo stesso problema del sovraffollamento di testi e collegamenti all’esterno molto vari e diversificati anche se magari alcuni o molti attinenti, non essendo immerso specificatamente nel campo della letteratura, ed essendo quindi, come lui stesso lascia intendere, più un lettore di Meneghello, anche se lettore particolarmente attento.

Conclusione insomma: l’intertestualità, lo stare tra i testi, si configura come il conseguimento della nostra – non solo dell’autore – maturità di individui, oltre la forma, che può comunque essere raggiunta oppure no, perché il raggiungimento può pur sempre trovarsi lì. Ecco cosa intende per empirismo Meneghello quando dice "più sbagli e più senti che sei vivo".
Riassumendo: in un epoca come la nostra senza più scala di giudizio, perché sempre più spogliata di umanità e quindi sempre con meno obbiettivi umani da conseguire, non ci resta che l’ esperienza per elevare a senso la nostra vita. Meneghello fa parlare proprio questo usando l’intertestualità. Che poi inventi qualcosa di nuovo per i lettori o meno questo è sempre meno importante di quello che si è appena detto.
Personalmente inolte credo che ogni processo artistico, sia esso privo o meno di una sua consapevolezza (si veda a questo proposito l’interessante scritto di critica testuale Montale vs. Ungaretti a cura di Alberto Bertoni e Jonathan Sisco), o colpito o meno dalla crisi del linguaggio nella maniera che si diceva nell’articolo introduttivo a proposito del lato psichico del linguaggio e della differenza tra due generazioni e su cui comunque si ritornerà, o ancora da profondità personali, sia comunque in egual misura valido e che ogni suo tentativo di descriverlo risponda sostanzialmente ad un unico e semplice criterio, quello della poesia o quello di non dire la verità e sia da ultimo sempre diverso per ogni persona e rimandi sempre a una comunicazione diretta con il suo autore. Qui ho tentato solo di spiegare bene una modalità di procedere in maniera sostanziale, corposa e unitaria attenendomi però sempre al fatto di non chiudere mai il discorso o il tracciato delineato, sapendo anche che Meneghello non era solo questo e che il discorso sin qui fatto ci permette di chiarire lo ripeto un aspetto molto importante a livello letterario o anche solo contemporaneo istituzionalmente assente per lo più anche se centrale e di fondamentale importanza, ma che a parte questo non ha punti stazionari di riferimento.
Anche nel caso dell’intertestualità riferita da Laura Peters per i testi Pinocchio e Uomini e no serve ricordare che l’analisi dei testi in questione rispetta l’andamento poetico della discussione, nel senso che non fa riferimento più di quanto non sia strettamente necessario a termini o campi specifici teorici, ma aiuta piuttosto a condurre verso questa presa di visione riassunta brevemente poco sopra, direttamente collegata a discorsi e interrogativi sull’esistenza di cui tutti siamo chiamati a rispondere con le nostre vite con e oltre l’autore Meneghello. Cosa che permette di dire una cosa ulteriore: la relazione della Peters sembra ricordarci, come sembra urlare l’ultimo cd del citato Andrea Rossi Andrea Baudrillard est mort che in una società come questa dovremmo essere fieri anche solo di alzare un inno al romanticismo, nel significato più semplice e comune del termine.






Bibliografia critica

Volumi monografici e volumi collettanei
Lepschy Giulio(a cura di), Su/per Meneghello, Edizioni di Comunità, Milano 1983
Pellegrini Ernestina, Nel paese di Meneghello. Un itinerario critico, Moretti & Vitali, Bergamo 1992
Antonio Daniele (a cura di), Omaggio a Luigi Meneghello, Centro Editoriale e Librario Università degli Studi della Calabria, Cosenza 1994. Interventi di Antonio Daniele, Appunti su Luigi Meneghello e la volgare eloquenza vicentina, pp. 9-23; Rolando Damiani, Luigi Meneghello: dalla parola al racconto, pp.25-32; Luciano Morbiato, La memoria ilare di Luigi Meneghello,pp.33-48;Renato Nisticò, «La cosa ineffabile»Lingua, realtà e modo del lirico in Libera nos a malo, pp. 49-61; Giorgio Patrizi, Luigi meneghello critico e autocritico, pp.63-71; Cristina Piva Bruno, Poetica e poesia di Luigi Meneghello, pp.73-90;Rocco Mario Morano,I Piccoli maestri e Fiori italiani: Luigi Meneghello tra «fraterna acies» e «lezioni d’abisso», pp. 91-129; Fernando Bandini, Contrappunto dall’io lontano ( a proposito di Bau – sète!), pp.131-133 (già Bandini1988)
Silvia Basso e Antonia De Vita, Cierre, Sommacampagna 1999. Interventi di Silvia Basso e Antonia De Vita, Una sedia per gli ospiti, pp. 5-15; Luisa Muraro, "Del terzo muraro nulla!", pp. 17-23; Eva-Maria Thune, The measure of english e la misura dell’italiano, pp. 25-44; Francesca Caputo, Gli "apporti popolari" in "Libera nos a Malo" e "I piccoli maestri", pp. 45-59; Ernestina Pellegrini, La chimera del dialetto, pp. 61-99; Antonia Spaliviero, Il fattore K., pp.101-108; Gabriele Vacis, "Sire, la regina la ze morta" e altre note di teatro, pp. 109-120; Gabrio Vitali, Il rimpianto di non esserci stati. Omaggio a "I piccoli maestri", pp. 121-134
De Marchi Pietro, Sul cominciare, sul finire e sui vari pezzi che fanno il libro nelle "Opere" di Luigi Meneghello, in Tra due mondi. Miscellanea di studi per Remo Fasani, Armando Dadò, Locarno 2000 pp. 313-352 (poi ampliato e riveduto in De Marchi 2002)
Perissinotto Alessandro, Lingua e dialetto nel personaggio della memoria, in Problemi del personaggio, a cura di Giovanni Bottiroli, Bergamo University Press – Sestante, Bergamo, pp. 162-174
Spinazzola Vittorio, Era bello crescere a Malo, in Itaca, addio, Il saggiatore, Milano 2001 pp. 139-184 (già Spinazzola 1999)
De Marchi Pietro, Dove portano le parole, Manni, Lecce 2002, pp. 200-241, (già De Marchi 2000)
Pellegrini Ernestina, Luigi Meneghello, Cadmo, Firenze 2002
Id., Uno specchio di parole scritte. Da Parini a Pusterla, da Gozzi a Meneghello, Cesati, Firenze 2003
Falcetto Bruno, I piccoli maestri in Dizionario dei personaggi letterari, Utet, Torino 2003
Segre Cesare, "Libera nos a malo": l’ora del dialetto, in Tempo di bilanci, Einaudi, Torino 2005, pp.91-98 (poi in Per "Libera nos a malo")



Atti di convegno
Anti-eroi. Prospettive e retrospettive sui «Piccoli maestri» di Luigi Meneghello, Lubrina, Bergamo 1987. Contributi al convegno L’ethos dei piccoli maestri. «Ciò che ethos gavio vialtri?», promosso dall’amministrazione comunale di Bergamo,tenutosi il 7 giugno 1986. Interventi di Carlo Passerini Tosi, Scuole, maestri, discepoli, pp. 11-5; Bruno Visentini, Isolamento e azione politica.Riflessioni su un tema dei «Piccoli maestri», pp.43-46; Franco Marenco, Il mitra e il veleno della verità,pp. 47-56; Emilio Franzina,, «Storia di giovani». Le stagioni dei Piccoli maestri e la resistenza nel vicentino, pp.57-85: Mario Isnenghi, L’ala troskista dei badogliani, pp. 87-96; Maria Corti, Sullo stile dei «Piccoli maestri», pp. 97-103; Renzo Zorzi, Quale ethos?, pp. 105-114 (già Zorzi 1986)
Antonio Daniele, (a cura di), Omaggio a Meneghello, Centro Editoriale e Librario Università degli studi della Calabria, Cosenza. Interventi di Antonio Daniele, Appunti su Luigi Meneghello e la volgare eloquenza vicentina, pp. 9-23; Rolando Damiani, Luigi Meneghello:dalla parola al racconto, pp.25-32; Luciano Morbiato, La memoria ilare di Luigi Meneghello, pp. 33-48; Renato Nisticò, La cosa ineffabile. Lingua, realtà e modo del lirico in Libera nos a malo, pp. 49-61; Giorgio Patrizi, Luigi Meneghello critico e autocritico, pp. 63-71; Cristina Piva Bruno, Poetica e poesia di Luigi Meneghello, pp. 73-90; Rocco Mario Morano, I piccoli maestri e Fiori italiani: Luigi Meneghello tra "fraterna acies" e "lezioni d’abisso", pp. 91-129; Fernando Bandini, Contrappunto dall’io lontano ( a proposito di Bau – sète!)
Giuseppe Barbieri, Francesca Caputo (a cura di), Per «Libera nos a malo». A 40 anni dal libro di Luigi Meneghello. Atti del Convegno internazionale di studi «In un semplice ghiribizzo», Malo – Museo Casabianca, 4-6 settembre 2003, Terra Ferma, Vicenza 2005;foto di Adriano e Lisa Marchesini. Interventi di Giuseppe Barbieri e Francesca Caputo, In un semplice ghiribizzo, pp. 11-13; Giulio Lepschy, In che lingua?, pp. 15-22; Cesare Segre, «Libera nos a malo»: l’ora del dialetto, pp. 23-27(già Segre 2005, poi Segre 20069; Gian Luigi Beccaria, Uno sguardo alle cose perdute, pp.29-31; Carla Marengo Vaglio, «Crolla!...la parola nuova era l’evento stesso». Parole come eventi nell’opera di Meneghello, pp. 33-43; Franco Marenco, Intertestualità divertente, pp. 45-50; Silvio Ramat, Luigi Meneghello e la memoria dei poeti italiani, pp. 51-70; Diego Zancani, «Le Flore di Malo» ovvero Meneghello e la citazione di autori stranieri, pp. 73-83; Antonio Daniele, La grammatica narrativa di Luigi Meneghello, pp. 85-102; Attilio Mauro Caproni, La letteratura di un testo e la solitudine del lettore: il caso di un romanzo di successo («Libera nos a malo» di Luigi Meneghello), pp. 103-107 (già Caproni 2004); Marco Praloran, «Siamo arrivati ieri sera»: tempo e temporalità in «Libera nos a malo», pp. 109-117; Pietro De Marchi, «Riprodurre in pietra serena». Per una lettura lenta del capitolo 13 di «Libera nos a malo» di Luigi Meneghello, pp. 119-133; Giuseppe Barbieri, «Libera nos a malo» nella periegetica vicentina, pp. 135-143; Fernando Bandini, Inferno e Paradiso in «Libera nos a malo», pp. 145-150; Ernestina Pellegrini, La fenomenologia del male a Malo, pp.151-163; Francesca Caputo, Le galline dello stile. Sondaggi nel campo del bestiario maladense, pp. 165-175; Lino Pertile, Da Malo a Menarèo, pp. 177-192; Arturo Tosi, Luigi nel paese delle meraviglie o il diario inglese di Meneghello, pp. 193-199; John Scott, Il dispatrio, ossia i fiori inglesi di Luigi Meneghello, pp. 201-207; Anna Torti, Con il mandato di «omnibus pandere et interpretari», pp. 209-210; Rosella Mamoli Zorzi,Il «nostro» «Libera nos a malo», pp. Zanzotto,Sta come un diamante, p. 215.

Contributi critici su quotidiani e stampa periodica
1963
A.B., Memorie e gergo della vecchia Malo, in «Il Giorno», 14 agosto 1963
Baldacci Luigi, Un uomo di oggi alla ricerca del ragazzo di ieri, in «Epoca», 17 novembre 1963
Bassani Giorgio, I libri che non gli somigliano, in «L’Espresso», 26 maggio 1963
Benedetti Arrigo, I dialetti padani nei racconti in lingua, in «La Stampa»,14 agosto 1963
Berenice, Bassani talent-scout del romanzo italiano, in «Paese Sera», 11 - 12 gennaio 1963
Bisol Gaetano, Libera nos a malo, in «Letture», XVIII, 111, novembre 1963, pp. 750-751
Bo Carlo, Una grande storia, in «Corriere della Sera», 22 settembre 1963
Buongiorno Teresa, Uno di Malo, in « La Fiera Letteraria», XVIII, 38, 22 settembre 1963, p. 3
Id., Italia minore, in «Rodosei», 30 settembre 1963
Cella Giancarlo, Un libro straordinario, in «Corriere del giorno» (Taranto), 19 novembre 1963
Del Buono Oreste, Storia crudele del paese natale, in «Settimana Incom», 4 agosto 1963
Della Corte Carlo, Lessici famigliari, in «Il Gazzettino», 22 ottobre 1963
Ferrata Giansiro, Tutte le «Novelle» di Tozzi e la storia preistorica di Malo, in «Rinascita», XX, 37, 21 settembre 1963, p.27
Gall. A., Uno scrittore più abile che utile, in «La Notte», 25 luglio 1963
Ipponatte, Manifestazione di «Vicentinità», in «L’Italia», 17 luglio 1963
Mauro Walter, «Libera nos a malo» romanzo autobiografico, in «Il Telegrafo», 18 luglio 1963
S.P., Meneghello fuori linea, in «La Gazzetta del Popolo» (Torino), 24 luglio 1963
Il tarlo (Renato Ghiotto), Libera nos a Malo, in «La Tribuna Illustrata», 25 agosto 1963
Venè Gian Franco, Una «Spoon River» veneta, in «ABC», 8 settembre 1963
Vigorelli Giancarlo, Trenta nuovi narratori italiani, in «Il Tempo», 2 novembre 1963
Virdia Ferdinando, La storia di un paese nella cronaca delle parole, in «La Voce Repubblicana», 27 settembre 1963
Visani Mario, Una elegia del paese, in «l’Avvenire d’Italia», 9 agosto 1963

1964
A.B., Partigiani senza retorica sui monti vicentini, in «Il Giorno», 13 maggio 1964
Abbate Michele, I piccoli maestri, «La gazzetta del Mezzogiorno», Bari, 8 maggio 1964
Baldacci Luigi, Un memoriale adatto per un film di Monicelli, «Epoca», 19 aprile 1964
Banti Anna, Meneghello, «Paragone», n.s., XV, 174, giugno 1964, pp.103-104
Bisol Gaetano,I piccoli maestri, in «Letture», XIX, 7, luglio 1964, pp. 501-503
Bo Carlo, Il secondo libro, in «Corriere della Sera», 12 aprile 1964
Del Buono Oreste, Nella tradizione degli scrittori nuovi, in «Settimana Incom», 26 aprile 1964
Galante Garrone Alessandro, Il forte aiuto delle popolazioni fu l’arma decisiva dei partigiani, in «La Stampa», 25 aprile 1964
Ghirotti Gigi, E’ vera la storia dei "Piccoli maestri", in «Resistenza-giustizia-Giustizia e Libertà», XVIII,5, maggio 1964, p.6.
Ghirotti Gigi, I picccoli maestri, in «Comunità», XVIII, XVIII, 124-125, novembre-dicembre 1964, pp.109-114
Giannessi Ferdinando, Due romanzi italiani, in «La Stampa», 29 aprile 1964
Giardini Cesare, I piccoli maestri della Resistenza, in «Corriere mercantile», 15 aprile; poi in «Il Piccolo», 17 aprile, e in «Il Giornale di Vicenza», 28 aprile 1964
Golino Enzo, Ribelli gentili, i «Corriere d’ Informazione», 22-23 aprile 1964
Magagnato Licisco, L’Università di Padova e la Resistenza Veneta, in «La voce Repubblicana», 14 aprile 1964
Nencini Franco, I piccoli maestri di Meneghello, in «Nazione Sera», 18 aprile 1964
R.A. [Aldo Rossi], Meneghello, in «Paragone», n.s., XV, 170 febbraio 1964, pp. 115-116
Savonuzzi Claudio, Il crociano in montagna, in «Il resto del Carlino», 5 maggio 1964
Il tarlo [Renato Ghiotto], I piccoli maestri, in «La tribuna illustrata», 3 maggio 1964
1965
Barberi Squarotti Giorgio, La narrativa italiana del dopoguerra, Cappelli, Bologna 1965, pp. 221-222
Chicchiarelli Ezio, I piccoli maestri. Scheda di lettura n.21, Unione italiana di cultura popolare, Milano 1965
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Korotkin Fred, New Novel Shows in Writer not a Fighter, «Minneapolis Star», 29 dicembre 1967
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1969
Bertoldi Silvio, Il vicentino abbottonato non teme più gli scandali, in «Il Giorno», 22 ottobre 1969
1971
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1973
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1974
Camon Ferdinando, Letteratura e classi subalterne, Marsilio, Padova 1974, pp. 143,153
Cantini Roberto, La grammatica delle favole non si può dimenticare, in «Epoca», 28 dicembre 1974
Del Giudice Daniele, Vita di provincia:immagini e parole, in «Paese Sera», 29 novembre 1974
Gianfranceshi Fausto, Un fossile sperimentale, in «Il tempo», 7 dicembre 1974
Giannessi Ferdinando,Frammenti del tempo passato, in «L’eco di Bergamo», 13 novembre 1974
Mondo Lorenzo, Un veneto in esilio, in «La Stampa», 6 dicembre 1974
Pento Bortolo, Il «ritorno a Malo» di Luigi Meneghello, in «Il Gazzettino», 27 dicembre 1974
Piccoli Laura B., Allegro ritorno al paese natale, in «Annabella», 7 dicembre 1974
Servello Giuseppe, Quando il male è motore del mondo, in «Giornale di Sicilia», 28 novembre 1974
Siciliano Enzo, «Pomo pero dime ‘l vero», in «Il Mondo», XXVI, 48, 28 novembre 1974, p.20.
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Camon Ferdinando, Luigi Meneghello scava negli strati del passato, in «Il Giorno», 2 gennaio 1975
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Der. G., Come rifare il mondo, in «Stampa Sera», 21 gennaio 1975
Di Vaio Franco – Offelli Nando, Il dialetto nel comune di Zugliano, Scuola media statale "G. Galilei", Zugliano, 1975
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Dallamano Piero, La tragedia della scuola, in «Paese Sera», 14 gennaio 1977
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Marabini Claudio, Quella certa educazione, in «Il Resto del Carlino», 15 febbraio 1977
Id., L’educazione italiana fra le due grandi guerre, in «La Nazione», 23 febbraio 1977
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Azzolin Giovanni, Nel "Pomo pero" di Luigi Meneghello l’elegia di una civiltà che muore, in «Vicenza», 1, gennaio-febbraio 1978
1979
Pesetti Nada, Dialetto borghese e dialetto "villano" nella narrativa veneta contemporanea, in I dialetti e le lingue delle minoranze di fronte all’italiano, a cura di Federico Albano Leoni, Bulzoni, Roma 1979, pp. 667-676, 730-731

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G.F.F., Nei libri di Luigi Meneghello l’esperienza di una generazione, in «Il Giornale di Vicenza», 28 giugno 1982
Pretto Antonio, "Gigi" Meneghello da Malo ad una Università inglese, in «Il Gazzettino», 19 maggio 1982
1983
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a cura di Silvia Berolotti