domenica 10 agosto 2008

Mi sembra interessante terminare questo diario-indagine su Meneghello parlando della relazione di Gigliola Sulis.
Il discorso di Gigliola Sulis mette l’accento – per una volta tanto troviamo un identico riscontro anche da un altro parere in questo transitare per la materia meneghelliana – sull’importanza delle glosse. Nelle glosse s’individua un importantissimo nucleo del lavoro di Meneghello: è l’immediatezza di ogni lingua usata per spiegare meglio un concetto, anche se ciò che emerge poi dall’esterno è un incastro di molte lingue. Ed è interessante perché si capisce così ancora una volta come valuta Meneghello il valore letterario della sua opera (dicevamo nell’introduzione: “i suoi testi lasciano trasparire un’attenzione più al suo intento che non ad una forma che lasci intendere qualcosa di simbolico, anche se poi – e qui sta la differenza – l’intento si fa a sua volta carico esteticamente in maniera particolare”).
A questo proposito ora è utile lasciar parlare proprio Meneghello da Quaggiù nella biosfera:

“ è un senso di urgenza espressiva in forme a tratti estreme, quasi patologiche. L’effetto di una lingua sconvolta è legato alla presenza nell’animo dello scrittore di una sottostante materia che ribolle. C’è un magma rovente di percezioni che si accavallano e fanno ressa, e la mente che le concepisce non riesce a esporle per vie ordinarie, non ne ha il tempo – si crea un ingorgo di spunti e conati espressivi, quasi un effetto di balbuzie… I dettagli dell’effettivo assetto linguistico dei testi,per esempio le irruzioni in inglese – di quell’inglese sui generis – non mi sembrano di cruciale importanza.
“Fattore campo, - disse il Biondo semplicemente, ma con una grimness ominous.” Le ultime tre parole non sono italiano né inglese. L’articolo ne fa una frase quasi italiana, ma ciò che segue non è del tutto inglese (normalmente si direbbe with ominous grimness). L’incastro delle due lingue è a volte affidato a un procedimento che è familiare a chi le ha in uso entrambe: “I valloni e le forre erano as bleak as lassù”. A me è capitato di scrivere addirittura, a titolo di esempio e di autogiustificazione: “Io sono as italiano di lingua as the next man”.
L’uso dell’inglese va accostato a quello delle “irregolarità” linguistiche, i neologismi, le neoformazioni ecc., che conferiscono al testo il suo eccezionale potere di straniamento. Perché scrivere per esempio “vividità” al posto di “vividezza”? E’ come se lo scrittore cercasse le parole in se stesso – non nell’uso corrente. In che cosa differisce “una figura invisibilizzata quasi dalla stessa intensità della luce lunare” da “una figura resa quasi invisibile”? Sono esempi degli effetti stranianti di questo modo di scrivere, in sintonia con l’esperienza straniante della guerra partigiana.” ”

Proprio l’eperienza partigiana ci consente di tornare alla relazione di Gigliola Sulis. Si può concludere dicendo che Meneghello rifiuterà dopo la guerra il monolinguismo impartitogli con l’educazione scolastica e carico nel suo substrato di un’etica e di un’estetica profondamente legate – e che confluiranno poi – al periodo del regime, ma procederà ad adottare il plurilinguismo con una profonda convinzione etica.
La sua scrittura è quindi frutto dell’immediatezza nel senso che si diceva poco sopra da un lato e da questa presa di coscienza etica da un altro.
Ecco che troviamo subito il passaggio ad un altro tipo di considerazione.
In questo modo quando l’inglese spiega l’italiano e viceversa e così anche per il dialetto,
scopriamo il corpo del significante
(concetto molto attuale e molto utile per capire l’attualità e discorso tra i più importanti tra quelli coagulati nel tracciato delineato/delineatosi finora).
Scopriamo cioè che la parola, al di là dei significati che contiene, contiene un richiamo di senso che possiamo avvertire se la nostra sensibilità è un po’ allenata a sentire se le parole suonano bene o male, o come suonano in generale. Questo è il significante, ma perché è importante?
Ritorna il quesito che avevamo aperto con la relazione di Francesca Caputo.
Che lingua oggi per noi per dire, raccontare la realtà o dire anche solo in generale?
Non dovendo recuperare il dialetto ma probabilmente il suo senso, ma anche contemporaneamente il carico di vissuto che sta dietro ai significanti più o meno artificiali, in particolare a quelle parole prive di significato emozionale ma carichi di vissuto nel richiamo a cui rimanda il significante stesso, ecco che assume un’importanza parallela proprio il significante assieme al lascito migliore della rivisitazione e restituzione di credibilità come abbiamo visto emergere da tutta la letteratura degli anni sessanta. E probabilmente, anzi sicuramente ancora di più la comunicazione – direi ancora di più la messa in comunicazione – tra tutta questa diversità.
Vediamo che dire le cose con linguaggio letterario vecchio ma riferito al presente ha senso per la nostra generazione. (Vedi a confronto la crisi del realismo negli anni 50 in Italia e l’utilizzo di un linguaggio comunque artificiale per dire la verità perché il concetto che sta sotto è comunque che il linguaggio scritto è artificiale, in Zanzotto, Dietro il paesaggio).
Ecco anche che ritroviamo il discorso sull’importanza di tener presente il romanticismo non solo a fini letterari, dell’articolo su Laura Peters.


In generale oggi avviene, come fenomeno in più rispetto al passato, un’estrapolazione del corpo del significante, anche se magari non c’è presente nemmeno psichicamente come richiamo e si manifesta solo attraverso il vissuto, anche se vissuto sempre più personale e insondabile (ecco l’importanza della comunicazione esterna con l’autore).
Questo tipo di corporalità del significante è profondamente diverso da altri suoi tipi di resa, ad esempio quelli che troviamo nella cosiddetta generazione dei “Cannibali”, perché qui si rende evidente ai sensi un certo tipo di richiamo emozionale che invece non troviamo se non come provocazione. Questione di usi e intenti diversi.
Ma vediamo anche le conseguenze distruttive di questo: perdita di riferimento spazio-temporale perché si fa riferimento a un lato particolare della corporalità. Questo avviene in generale e sempre come differenza rispetto al passato, cosa che quindi non esclude del tutto di trovare qualcosa di veramente corporeo (vedi Qsl from Web o per principio contrario cioè per sottrazione di corporalità in Textmeldg.blue, entrambi cd di Andrea Rossi Andrea tanto per restare in tema con i richiami emersi fin qui e che possono supportarci e restare da supporto anche andando avanti, come tanti “Virgilio” nell’attraversamento dell’inferno contemporaneo). Alcune conseguenze sono lo smarrimento, l’incapacità d’incanalare le energie le quali finiscono per dissiparsi, la regressione e la chiusura e quand’anche positive senza possibilità di tradursi in azione nel reale.
Sempre tenendoci qui ora, fermiamoci però un istante e giriamo lo sguardo verso la relazione di Ernestina Pellegrini e le giunte abbozzate che ci rimangono al termine della nostra – a proposito di attraversamento – promenade meneghelliana. (appunti per un aggiornamento della retorica: che cos’è “Promenade meneghelliana” ? Si sta forse formando una retorica della metaretorica affidata ai sensi. Il rischio anche qui è quello di mettere tutto assieme anche laddove dovrebbe essere diviso per conservare individualità specifica sensoriale. Spostandosi l’attenzione verso la sensorialità oggi per continuare a mantenere il senso della storiografia, si rischia di perdere di vista la sensorialità specifica dell’oggetto in questione, che può finire per andare mescolata a questo discorso sui sensi. Anche qui si va a seconda dei casi ).
Per quanto riguarda il discorso di Ernestina Pellegrini l’accento cade – un po’ per caso un po’ no ma sempre con molta intelligenza poi a selezionare caso per caso e a riflettere contestualmente su queste tracce e qui a mio avviso è riscontrabile la grandezza di Meneghello – sui buchi neri della psiche, su quel nulla, quello spazio tra i due tipi di fantastico entro cui si cade durante le associazioni psichiche.
Vediamo come nella scrittura si insinua sempre di più la scheggia, il frammento della memoria involontaria e come si cerca di riordinare questa involontarietà. Vediamo anche quanto importante è il lascito dell’esperienza di Andrea Zanzotto, ancora una volta di più.

E’ infine interessante vedere come l’inglese raddoppia la questione dello scavo del linguaggio. Italiano-dialetto / Inglese-italiano (+ tutte le altre combinazioni). Si nota a questo riguardo il contrasto che si viene a creare tra il pragmatismo dell’inglese e il fondo d’indeterminatezza dell’italiano. (Meneghello è ancor più vicino a noi in questo senso di commistione globale dei linguaggi).

Ecco quindi che “si riavvia la macchina narrativa” per dirla con Francesca Caputo, proprio per mezzo della corporalità di cui abbiamo parlato finora e che nella relazione precedente era toccata col tema dello sport.
Ecco quindi come Meneghello ci aiuta oggi a guardare a questo riavvio: nell’epoca in cui si sta per esaurire il lato psichico del linguaggio i significanti vengono in relazione tra loro per il tramite dell’esperienza, per non cascare nello psicologico e continuare ad operare per inclusività invece che per organicità, come fa ben notare Bruno Pischedda, cioè una fenomenologia che tenga conto di tutti gli individui e che permetta di narrare ancora, perché c’è ancora da narrare.


Quindi da ultimo con le trasformazioni di cui abbiamo parlato si può notare come questo “sbrigliamento del significante” rischi da una parte di far arroccare ciascuno sulle sue posizioni, e d’altra parte in questo abbiamo l’impressione che tutto si omologhi e si appiattisca. Questo perché può essere reso incondizionatamente se non rimane da una parte l’intento di preservare anche l’intenzione con cui ci si accosta alla creazione artistica. Quell’intenzione, che è ancora l’unica cosa di cui valga la pena di parlare ancora davvero per me (parlare nel senso di preservare), di non forzare la religiosità del momento autentico in cui le cose affiorano da sé senza intenzione e che è specchio dell’amore disinteressato per le cose che ci circondano, l’unico segnale ancora di autenticità e condivisione in un mondo sempre più portato a fingersi anche nelle sue espressioni più integre e genuine. Ma questo, si sa anche, è un campo in cui i discorsi e i conti si fanno più di tutto con sé stessi.

G.Righele





Su che cosa sia il corpo, la corporalità in generale riferita alle cose si è bene espressa Francesca Caputo.
La sua relazione sullo sport in Meneghello coglie subito un aspetto importante: il senso della vita si trova nella filosofia, ma il contenuto di essa affiora nell’attività sportiva, si può dire parafrasando Meneghello.
Qui troviamo una contrapposizione tra quello che si intende per sport in Meneghello e tra i suoi compaesani di Malo e quello che è inteso invece dalla società dei consumi. Per l’autore infatti lo sport è un sentimento di condivisione del profondo essere che è in ognuno di noi, è direi visceralità anche se so che la parola viscerale a lui non piaceva. Si legge infatti nel volume fotografico appena fresco di presentazione al convegno, dal titolo “Volta la carta la ze finìa.Luigi Meneghello.Biografia per immagini”, a cura di Giuliana Adamo e Pietro de Marchi: “Quando, per la pubblicazione, ho mandato Libera nos a malo a Giorgio Bassani, che lavorava allora per Feltrinelli, lui mi ha usato proprio questa parola: “Questo è un romanzo sulle Sue viscere”. Io sono restato stupefatto perché mi parevano scherzi che non c’entravano con le mie viscere; invece era vero, erano viscere, nel senso di cose che porti dentro fin dai primi vagiti della tua natura”.
E’ l’eccitazione quindi il sentimento rivelatore dell’esistenza, ciò che ci fa sentire di essere vivi.
E Meneghello quando è allo stadio immerso in questa eccitazione collettiva non può che dire soltanto “vorremmo sempre vivere così”. E’ il senso dell’eccitazione per la sfida, e la sfida suprema di chi vuole sempre sfidare Dio (ma mai fino in fondo in realtà) per cui emerge sempre nei personaggi del paese quel carattere un po’ sghembo, quindi sempre un po’ più umano, che è un po’ il contrario – o almeno il punto di partenza è al contrario – di quel tipo di sfida con Dio moderna che vedremo tra poco di analizzare.

(Parlando di corpo e corporalità quindi si può tornare ora a parlare per un attimo della questione psichica della lingua. Si è detto che la generazione di Meneghello ha avuto due lingue, una durante l’infanzia, per cui dopo nascerà anche il problema parallelo negli autori a lui coevi se recuperare l’innocenza è recuperare quella lingua oppure no, e l’altra lingua dicevamo si tratta invece di quella dopo l’industrializzazione italiana del boom economico alla fine degli anni cinquanta, dove l’italiano che s’impone, fondamentalmente ruotante intorno a quel certo tipo di economia quindi anche se bisogna dire che ad esempio l’italiano che portò la televisione riuscì anche a portare qua e là qualche sprazzo in più di apertura mentale oltre i confini provinciali, insomma si diceva che l’italiano diventa la lingua base e unificante che livella ogni differenza dialettale.
Ecco quali erano dunque le problematiche e le contingenze di quel tipo di generazione. Riassumendole ancora: due lingue con cui convivere, una prima in una società rurale e una dopo l’industrializzazione + ritrovo del dialetto per ritrovare il senso di una lingua ormai divisa o dialetto per ritrovare l’infanzia e l’innocenza ?
Ora la nostra generazione: direi che il linguaggio lo abbiamo già trovato uniformato, quindi c’era poco da ritrovare il dialetto, ma non il suo senso almeno per noi che lo sentiamo ancora parlare bene dai nostri nonni ma chissà ancora per quanto. A parte questo senso più che con una lingua vera e propria abbiamo avuto a che fare con dei media, quali la televisione, la musica, il cinema e il nuovo entrato internet. Dicevo nell’introduzione a questo riguardo che per noi lo scavo avviene più profondamente in superficie di quanto non si pensi (sarebbe insolito o meglio più difficile di una volta, trovare dei libri di letteratura scritti da uno di noi in dialetto). Ovvero non dobbiamo recuperare alcunché di perduto, ma piuttosto dare significato a ciò che ci circonda. Per i modi di questa riappropriazione rinvio al discorso che farò sulla relazione di Gigliola Sulis. Intanto basti sapere questo.
Domanda lampo: che anche il corpo (il senso cioè) della storiografia si stia esaurendo? Troppa mescolanza oggi e quindi anche il linguaggio da utilizzare vada bene anche falso? Anche a questo rinvio all’articolo su Gigliola Sulis più avanti.)

Riprendiamo dall’attività sportiva.
Il fatto dell’eccitazione nell’attività sportiva, riferisce Meneghello, lo troviamo poi allo stesso modo riferito alle donne, al mettersi in competizione con/per le donne.
Tutto questo (lo stadio, la sfida con Dio, le donne), ecco che si riprende il filo, è in contrapposizione dice Meneghello al fare sport in senso moderno, cioè lo sport fine a sé stesso, insomma quell’esasperazione per il corpo che è venuto a costituirsi come un fatto tipico della nostra società capitalistica e del consumo.
Ecco alla fine la vita cos’è per Meneghello: pensi e fin che pensi il contenuto è l’eccitazione, il sentirsi vivi, l’emozione che nello sport si trova e che è il contrario dello sport di oggi che cura il corpo e che bada poco contemporaneamente a sentire quel senso di vitalità mentre lo fa. Questa è la corporalità che si aggiunge al pensiero intellettuale e che mescolato ad esso rendeva credibili e faceva sentire vere tutte le cose mentre ora ci appare un po’ falsa. Oggi si sta perdendo corporalità in questo senso dappertutto ed è questo che più di ogni altra cosa ci toglie la società dei consumi che ci propinano dall’alto senza che noi possiamo discuterne
.
Il corpo, la corporalità sono sempre più percepiti come perduti e nello stesso tempo sono tenuti insieme dalle trame di relazioni di cui la nostra vita è intessuta. Soprattutto direi dalle buone amicizie, anche quelle finite magari per colpa di nessuno, perché le strade si sono divise, ma il cui legame continua a perdurare intatto nel tempo e con lo stesso livello di stima.
Il corpo allora non è più un’entità da sondare ma una cosa condivisa che warholianamente ci fa sentire l’impossibilità di tirare giudizi sulla società in qualche modo staccati da noi stessi.
A parte questa osservazione: più che perderli si perde sempre più la possibilità di comunicarli e di condividerli.
Qui veniamo a contatto con un’altra relazione secondo me molto interessante, cioè quella di Stefano Brugnolo, docente presso l’università di Sassari, il quale ha esposto il problema di come gli abitanti di paesi e terre a economia ancora agricola si rapportarono al nuovo, al mondo della modernità portato con l’industrializzazione, nel momento in cui questa stava arrivando a investirli.
Si vede così che mentre altrove avviene un contrasto tra il mondo contadino e quello della modernità, a Malo avviene piuttosto che i suoi abitanti facciano propria la modernità. Nel senso che la modernità svela tutta la loro attitudine sperimentale-giocosa con le cose, attraverso i loro strumenti e in primis la lingua, il dialetto proprio per la sua potenza vitale. In questo modo succede che invece di rimanere schiacciati gli abitanti di Malo si ritrovano a prendersi delle libertà nei confronti delle cose che gli vengono calate dall’alto che difficilmente ci si potrebbe prendere in maniera così spontanea. Libertà che sono di tipo non solo antireligioso, come si nota nelle parole di Meneghello sui bestemmiatori: “con le loro bestemmie tirano giù il soprannaturale”, ma più in generale antidogmatico. Ecco che troviamo una cosa importante: il corpo della lingua permette di fare proprie tutte le cose, di non renderle così assolute come ci paiono dall’esterno anche le parole più univoche. Si nota quindi in questa vitalità, in particolare in alcuni abitanti di Malo, che non vi è alcuna nostalgia per la società pre-industriale, ma piuttosto uno slancio di uscirne, di uscire cioè in particolare dall’immobilismo dei ritmi di quella vita. La modernità rappresenta quindi una possibilità di approcciare in maniera inventiva e libera alle cose oltre a questo confine, cosa che poi di contro si tradurrà in alcuni casi in una spregiudicatezza anche troppo eccessiva e tale da non controllarne invece le preziose risorse messe in campo in contrasto dall’altra parte contemporaneamente con l’alienazione del mondo industriale.
E Meneghello userà queste parole nei confronti di questa carica vitalistica dei paesani:“commovente tensione verso la vita”.
Nasce quindi una classe nuova in questa fase storica di transizione, con uno spirito a metà tra quello agricolo e quello industriale, tale da rendere Malo un vero e proprio mondo pulsante indicativo dei tempi. E in questo senso emerge bene la sfida con Dio di cui si parlava, quando cioè la gente si costruiva le cose empiricamente, vedi l’armeggiare continuo dello zio Checco con gli attrezzi.
E in questo senso anche lo stesso armeggiare di Meneghello, la sua personalità, la sua precisione quasi scientifica nel lavoro con le parole derivata in parte dalla maniera di lavorare di quel mondo ancora agricolo nel sangue anche se già avviato al cambiamento, e il suo fare schivo e quasi altero, tutto questo ci è dato di capirlo se lo vediamo in relazione a quella generazione e nella maniera in cui si andò portando dietro sempre, ma per la prima volta, trasformazioni e tradizioni insieme. Mi pare in questo senso che la sfuggevolezza della definizione della persona di Meneghello derivi in grossa parte da questa caratteristica che può essere sentita in particolare solo da suoi coetanei. Significativi sono infatti due tentativi di afferrarne la persona: il primo un ritratto di Tullio Pericoli comparso sull’ “Indice del mese” nel 1988 e presente nel volume fotografico citato in precedenza, in merito al quale Meneghello dichiarò: “io non sono affatto così brutto”.
L’altro: una definizione del sindaco di Thiene nell’anno del conferimento delle chiavi della città, occasione in cui fece presente la “dolcezza” di Luigi Meneghello.
Rispondiamo riprendendo un altro fatto .
Ricollegandoci così all’inizio e al tema dello sport come contenuto legato al pensiero filosofico come sostanza, ironicamente Meneghello dice rispondendo a cosa sia allora a questo punto nella vita una cosa perfetta e rispondendo così in parte anche alle definizioni di prima (mi pare che siano parole riportate da Gabrio Vitali in un suo intervento, se non ricordo male):
e’ un colpo di testa con un perfetto stacco da terra e una perfetta inclinazione impressa alla palla.

G.Righele