Mi sembra interessante terminare questo diario-indagine su Meneghello parlando della relazione di Gigliola Sulis.
Il discorso di Gigliola Sulis mette l’accento – per una volta tanto troviamo un identico riscontro anche da un altro parere in questo transitare per la materia meneghelliana – sull’importanza delle glosse. Nelle glosse s’individua un importantissimo nucleo del lavoro di Meneghello: è l’immediatezza di ogni lingua usata per spiegare meglio un concetto, anche se ciò che emerge poi dall’esterno è un incastro di molte lingue. Ed è interessante perché si capisce così ancora una volta come valuta Meneghello il valore letterario della sua opera (dicevamo nell’introduzione: “i suoi testi lasciano trasparire un’attenzione più al suo intento che non ad una forma che lasci intendere qualcosa di simbolico, anche se poi – e qui sta la differenza – l’intento si fa a sua volta carico esteticamente in maniera particolare”).
A questo proposito ora è utile lasciar parlare proprio Meneghello da Quaggiù nella biosfera:
“ è un senso di urgenza espressiva in forme a tratti estreme, quasi patologiche. L’effetto di una lingua sconvolta è legato alla presenza nell’animo dello scrittore di una sottostante materia che ribolle. C’è un magma rovente di percezioni che si accavallano e fanno ressa, e la mente che le concepisce non riesce a esporle per vie ordinarie, non ne ha il tempo – si crea un ingorgo di spunti e conati espressivi, quasi un effetto di balbuzie… I dettagli dell’effettivo assetto linguistico dei testi,per esempio le irruzioni in inglese – di quell’inglese sui generis – non mi sembrano di cruciale importanza.
“Fattore campo, - disse il Biondo semplicemente, ma con una grimness ominous.” Le ultime tre parole non sono italiano né inglese. L’articolo ne fa una frase quasi italiana, ma ciò che segue non è del tutto inglese (normalmente si direbbe with ominous grimness). L’incastro delle due lingue è a volte affidato a un procedimento che è familiare a chi le ha in uso entrambe: “I valloni e le forre erano as bleak as lassù”. A me è capitato di scrivere addirittura, a titolo di esempio e di autogiustificazione: “Io sono as italiano di lingua as the next man”.
L’uso dell’inglese va accostato a quello delle “irregolarità” linguistiche, i neologismi, le neoformazioni ecc., che conferiscono al testo il suo eccezionale potere di straniamento. Perché scrivere per esempio “vividità” al posto di “vividezza”? E’ come se lo scrittore cercasse le parole in se stesso – non nell’uso corrente. In che cosa differisce “una figura invisibilizzata quasi dalla stessa intensità della luce lunare” da “una figura resa quasi invisibile”? Sono esempi degli effetti stranianti di questo modo di scrivere, in sintonia con l’esperienza straniante della guerra partigiana.” ”
Proprio l’eperienza partigiana ci consente di tornare alla relazione di Gigliola Sulis. Si può concludere dicendo che Meneghello rifiuterà dopo la guerra il monolinguismo impartitogli con l’educazione scolastica e carico nel suo substrato di un’etica e di un’estetica profondamente legate – e che confluiranno poi – al periodo del regime, ma procederà ad adottare il plurilinguismo con una profonda convinzione etica.
La sua scrittura è quindi frutto dell’immediatezza nel senso che si diceva poco sopra da un lato e da questa presa di coscienza etica da un altro.
Ecco che troviamo subito il passaggio ad un altro tipo di considerazione.
In questo modo quando l’inglese spiega l’italiano e viceversa e così anche per il dialetto,
scopriamo il corpo del significante (concetto molto attuale e molto utile per capire l’attualità e discorso tra i più importanti tra quelli coagulati nel tracciato delineato/delineatosi finora).
Scopriamo cioè che la parola, al di là dei significati che contiene, contiene un richiamo di senso che possiamo avvertire se la nostra sensibilità è un po’ allenata a sentire se le parole suonano bene o male, o come suonano in generale. Questo è il significante, ma perché è importante?
Ritorna il quesito che avevamo aperto con la relazione di Francesca Caputo.
Che lingua oggi per noi per dire, raccontare la realtà o dire anche solo in generale?
Non dovendo recuperare il dialetto ma probabilmente il suo senso, ma anche contemporaneamente il carico di vissuto che sta dietro ai significanti più o meno artificiali, in particolare a quelle parole prive di significato emozionale ma carichi di vissuto nel richiamo a cui rimanda il significante stesso, ecco che assume un’importanza parallela proprio il significante assieme al lascito migliore della rivisitazione e restituzione di credibilità come abbiamo visto emergere da tutta la letteratura degli anni sessanta. E probabilmente, anzi sicuramente ancora di più la comunicazione – direi ancora di più la messa in comunicazione – tra tutta questa diversità.
Vediamo che dire le cose con linguaggio letterario vecchio ma riferito al presente ha senso per la nostra generazione. (Vedi a confronto la crisi del realismo negli anni 50 in Italia e l’utilizzo di un linguaggio comunque artificiale per dire la verità perché il concetto che sta sotto è comunque che il linguaggio scritto è artificiale, in Zanzotto, Dietro il paesaggio).
Ecco anche che ritroviamo il discorso sull’importanza di tener presente il romanticismo non solo a fini letterari, dell’articolo su Laura Peters.
In generale oggi avviene, come fenomeno in più rispetto al passato, un’estrapolazione del corpo del significante, anche se magari non c’è presente nemmeno psichicamente come richiamo e si manifesta solo attraverso il vissuto, anche se vissuto sempre più personale e insondabile (ecco l’importanza della comunicazione esterna con l’autore).
Questo tipo di corporalità del significante è profondamente diverso da altri suoi tipi di resa, ad esempio quelli che troviamo nella cosiddetta generazione dei “Cannibali”, perché qui si rende evidente ai sensi un certo tipo di richiamo emozionale che invece non troviamo se non come provocazione. Questione di usi e intenti diversi.
Ma vediamo anche le conseguenze distruttive di questo: perdita di riferimento spazio-temporale perché si fa riferimento a un lato particolare della corporalità. Questo avviene in generale e sempre come differenza rispetto al passato, cosa che quindi non esclude del tutto di trovare qualcosa di veramente corporeo (vedi Qsl from Web o per principio contrario cioè per sottrazione di corporalità in Textmeldg.blue, entrambi cd di Andrea Rossi Andrea tanto per restare in tema con i richiami emersi fin qui e che possono supportarci e restare da supporto anche andando avanti, come tanti “Virgilio” nell’attraversamento dell’inferno contemporaneo). Alcune conseguenze sono lo smarrimento, l’incapacità d’incanalare le energie le quali finiscono per dissiparsi, la regressione e la chiusura e quand’anche positive senza possibilità di tradursi in azione nel reale.
Sempre tenendoci qui ora, fermiamoci però un istante e giriamo lo sguardo verso la relazione di Ernestina Pellegrini e le giunte abbozzate che ci rimangono al termine della nostra – a proposito di attraversamento – promenade meneghelliana. (appunti per un aggiornamento della retorica: che cos’è “Promenade meneghelliana” ? Si sta forse formando una retorica della metaretorica affidata ai sensi. Il rischio anche qui è quello di mettere tutto assieme anche laddove dovrebbe essere diviso per conservare individualità specifica sensoriale. Spostandosi l’attenzione verso la sensorialità oggi per continuare a mantenere il senso della storiografia, si rischia di perdere di vista la sensorialità specifica dell’oggetto in questione, che può finire per andare mescolata a questo discorso sui sensi. Anche qui si va a seconda dei casi ).
Per quanto riguarda il discorso di Ernestina Pellegrini l’accento cade – un po’ per caso un po’ no ma sempre con molta intelligenza poi a selezionare caso per caso e a riflettere contestualmente su queste tracce e qui a mio avviso è riscontrabile la grandezza di Meneghello – sui buchi neri della psiche, su quel nulla, quello spazio tra i due tipi di fantastico entro cui si cade durante le associazioni psichiche.
Vediamo come nella scrittura si insinua sempre di più la scheggia, il frammento della memoria involontaria e come si cerca di riordinare questa involontarietà. Vediamo anche quanto importante è il lascito dell’esperienza di Andrea Zanzotto, ancora una volta di più.
E’ infine interessante vedere come l’inglese raddoppia la questione dello scavo del linguaggio. Italiano-dialetto / Inglese-italiano (+ tutte le altre combinazioni). Si nota a questo riguardo il contrasto che si viene a creare tra il pragmatismo dell’inglese e il fondo d’indeterminatezza dell’italiano. (Meneghello è ancor più vicino a noi in questo senso di commistione globale dei linguaggi).
Ecco quindi che “si riavvia la macchina narrativa” per dirla con Francesca Caputo, proprio per mezzo della corporalità di cui abbiamo parlato finora e che nella relazione precedente era toccata col tema dello sport.
Ecco quindi come Meneghello ci aiuta oggi a guardare a questo riavvio: nell’epoca in cui si sta per esaurire il lato psichico del linguaggio i significanti vengono in relazione tra loro per il tramite dell’esperienza, per non cascare nello psicologico e continuare ad operare per inclusività invece che per organicità, come fa ben notare Bruno Pischedda, cioè una fenomenologia che tenga conto di tutti gli individui e che permetta di narrare ancora, perché c’è ancora da narrare.
Quindi da ultimo con le trasformazioni di cui abbiamo parlato si può notare come questo “sbrigliamento del significante” rischi da una parte di far arroccare ciascuno sulle sue posizioni, e d’altra parte in questo abbiamo l’impressione che tutto si omologhi e si appiattisca. Questo perché può essere reso incondizionatamente se non rimane da una parte l’intento di preservare anche l’intenzione con cui ci si accosta alla creazione artistica. Quell’intenzione, che è ancora l’unica cosa di cui valga la pena di parlare ancora davvero per me (parlare nel senso di preservare), di non forzare la religiosità del momento autentico in cui le cose affiorano da sé senza intenzione e che è specchio dell’amore disinteressato per le cose che ci circondano, l’unico segnale ancora di autenticità e condivisione in un mondo sempre più portato a fingersi anche nelle sue espressioni più integre e genuine. Ma questo, si sa anche, è un campo in cui i discorsi e i conti si fanno più di tutto con sé stessi.
Il discorso di Gigliola Sulis mette l’accento – per una volta tanto troviamo un identico riscontro anche da un altro parere in questo transitare per la materia meneghelliana – sull’importanza delle glosse. Nelle glosse s’individua un importantissimo nucleo del lavoro di Meneghello: è l’immediatezza di ogni lingua usata per spiegare meglio un concetto, anche se ciò che emerge poi dall’esterno è un incastro di molte lingue. Ed è interessante perché si capisce così ancora una volta come valuta Meneghello il valore letterario della sua opera (dicevamo nell’introduzione: “i suoi testi lasciano trasparire un’attenzione più al suo intento che non ad una forma che lasci intendere qualcosa di simbolico, anche se poi – e qui sta la differenza – l’intento si fa a sua volta carico esteticamente in maniera particolare”).
A questo proposito ora è utile lasciar parlare proprio Meneghello da Quaggiù nella biosfera:
“ è un senso di urgenza espressiva in forme a tratti estreme, quasi patologiche. L’effetto di una lingua sconvolta è legato alla presenza nell’animo dello scrittore di una sottostante materia che ribolle. C’è un magma rovente di percezioni che si accavallano e fanno ressa, e la mente che le concepisce non riesce a esporle per vie ordinarie, non ne ha il tempo – si crea un ingorgo di spunti e conati espressivi, quasi un effetto di balbuzie… I dettagli dell’effettivo assetto linguistico dei testi,per esempio le irruzioni in inglese – di quell’inglese sui generis – non mi sembrano di cruciale importanza.
“Fattore campo, - disse il Biondo semplicemente, ma con una grimness ominous.” Le ultime tre parole non sono italiano né inglese. L’articolo ne fa una frase quasi italiana, ma ciò che segue non è del tutto inglese (normalmente si direbbe with ominous grimness). L’incastro delle due lingue è a volte affidato a un procedimento che è familiare a chi le ha in uso entrambe: “I valloni e le forre erano as bleak as lassù”. A me è capitato di scrivere addirittura, a titolo di esempio e di autogiustificazione: “Io sono as italiano di lingua as the next man”.
L’uso dell’inglese va accostato a quello delle “irregolarità” linguistiche, i neologismi, le neoformazioni ecc., che conferiscono al testo il suo eccezionale potere di straniamento. Perché scrivere per esempio “vividità” al posto di “vividezza”? E’ come se lo scrittore cercasse le parole in se stesso – non nell’uso corrente. In che cosa differisce “una figura invisibilizzata quasi dalla stessa intensità della luce lunare” da “una figura resa quasi invisibile”? Sono esempi degli effetti stranianti di questo modo di scrivere, in sintonia con l’esperienza straniante della guerra partigiana.” ”
Proprio l’eperienza partigiana ci consente di tornare alla relazione di Gigliola Sulis. Si può concludere dicendo che Meneghello rifiuterà dopo la guerra il monolinguismo impartitogli con l’educazione scolastica e carico nel suo substrato di un’etica e di un’estetica profondamente legate – e che confluiranno poi – al periodo del regime, ma procederà ad adottare il plurilinguismo con una profonda convinzione etica.
La sua scrittura è quindi frutto dell’immediatezza nel senso che si diceva poco sopra da un lato e da questa presa di coscienza etica da un altro.
Ecco che troviamo subito il passaggio ad un altro tipo di considerazione.
In questo modo quando l’inglese spiega l’italiano e viceversa e così anche per il dialetto,
scopriamo il corpo del significante (concetto molto attuale e molto utile per capire l’attualità e discorso tra i più importanti tra quelli coagulati nel tracciato delineato/delineatosi finora).
Scopriamo cioè che la parola, al di là dei significati che contiene, contiene un richiamo di senso che possiamo avvertire se la nostra sensibilità è un po’ allenata a sentire se le parole suonano bene o male, o come suonano in generale. Questo è il significante, ma perché è importante?
Ritorna il quesito che avevamo aperto con la relazione di Francesca Caputo.
Che lingua oggi per noi per dire, raccontare la realtà o dire anche solo in generale?
Non dovendo recuperare il dialetto ma probabilmente il suo senso, ma anche contemporaneamente il carico di vissuto che sta dietro ai significanti più o meno artificiali, in particolare a quelle parole prive di significato emozionale ma carichi di vissuto nel richiamo a cui rimanda il significante stesso, ecco che assume un’importanza parallela proprio il significante assieme al lascito migliore della rivisitazione e restituzione di credibilità come abbiamo visto emergere da tutta la letteratura degli anni sessanta. E probabilmente, anzi sicuramente ancora di più la comunicazione – direi ancora di più la messa in comunicazione – tra tutta questa diversità.
Vediamo che dire le cose con linguaggio letterario vecchio ma riferito al presente ha senso per la nostra generazione. (Vedi a confronto la crisi del realismo negli anni 50 in Italia e l’utilizzo di un linguaggio comunque artificiale per dire la verità perché il concetto che sta sotto è comunque che il linguaggio scritto è artificiale, in Zanzotto, Dietro il paesaggio).
Ecco anche che ritroviamo il discorso sull’importanza di tener presente il romanticismo non solo a fini letterari, dell’articolo su Laura Peters.
In generale oggi avviene, come fenomeno in più rispetto al passato, un’estrapolazione del corpo del significante, anche se magari non c’è presente nemmeno psichicamente come richiamo e si manifesta solo attraverso il vissuto, anche se vissuto sempre più personale e insondabile (ecco l’importanza della comunicazione esterna con l’autore).
Questo tipo di corporalità del significante è profondamente diverso da altri suoi tipi di resa, ad esempio quelli che troviamo nella cosiddetta generazione dei “Cannibali”, perché qui si rende evidente ai sensi un certo tipo di richiamo emozionale che invece non troviamo se non come provocazione. Questione di usi e intenti diversi.
Ma vediamo anche le conseguenze distruttive di questo: perdita di riferimento spazio-temporale perché si fa riferimento a un lato particolare della corporalità. Questo avviene in generale e sempre come differenza rispetto al passato, cosa che quindi non esclude del tutto di trovare qualcosa di veramente corporeo (vedi Qsl from Web o per principio contrario cioè per sottrazione di corporalità in Textmeldg.blue, entrambi cd di Andrea Rossi Andrea tanto per restare in tema con i richiami emersi fin qui e che possono supportarci e restare da supporto anche andando avanti, come tanti “Virgilio” nell’attraversamento dell’inferno contemporaneo). Alcune conseguenze sono lo smarrimento, l’incapacità d’incanalare le energie le quali finiscono per dissiparsi, la regressione e la chiusura e quand’anche positive senza possibilità di tradursi in azione nel reale.
Sempre tenendoci qui ora, fermiamoci però un istante e giriamo lo sguardo verso la relazione di Ernestina Pellegrini e le giunte abbozzate che ci rimangono al termine della nostra – a proposito di attraversamento – promenade meneghelliana. (appunti per un aggiornamento della retorica: che cos’è “Promenade meneghelliana” ? Si sta forse formando una retorica della metaretorica affidata ai sensi. Il rischio anche qui è quello di mettere tutto assieme anche laddove dovrebbe essere diviso per conservare individualità specifica sensoriale. Spostandosi l’attenzione verso la sensorialità oggi per continuare a mantenere il senso della storiografia, si rischia di perdere di vista la sensorialità specifica dell’oggetto in questione, che può finire per andare mescolata a questo discorso sui sensi. Anche qui si va a seconda dei casi ).
Per quanto riguarda il discorso di Ernestina Pellegrini l’accento cade – un po’ per caso un po’ no ma sempre con molta intelligenza poi a selezionare caso per caso e a riflettere contestualmente su queste tracce e qui a mio avviso è riscontrabile la grandezza di Meneghello – sui buchi neri della psiche, su quel nulla, quello spazio tra i due tipi di fantastico entro cui si cade durante le associazioni psichiche.
Vediamo come nella scrittura si insinua sempre di più la scheggia, il frammento della memoria involontaria e come si cerca di riordinare questa involontarietà. Vediamo anche quanto importante è il lascito dell’esperienza di Andrea Zanzotto, ancora una volta di più.
E’ infine interessante vedere come l’inglese raddoppia la questione dello scavo del linguaggio. Italiano-dialetto / Inglese-italiano (+ tutte le altre combinazioni). Si nota a questo riguardo il contrasto che si viene a creare tra il pragmatismo dell’inglese e il fondo d’indeterminatezza dell’italiano. (Meneghello è ancor più vicino a noi in questo senso di commistione globale dei linguaggi).
Ecco quindi che “si riavvia la macchina narrativa” per dirla con Francesca Caputo, proprio per mezzo della corporalità di cui abbiamo parlato finora e che nella relazione precedente era toccata col tema dello sport.
Ecco quindi come Meneghello ci aiuta oggi a guardare a questo riavvio: nell’epoca in cui si sta per esaurire il lato psichico del linguaggio i significanti vengono in relazione tra loro per il tramite dell’esperienza, per non cascare nello psicologico e continuare ad operare per inclusività invece che per organicità, come fa ben notare Bruno Pischedda, cioè una fenomenologia che tenga conto di tutti gli individui e che permetta di narrare ancora, perché c’è ancora da narrare.
Quindi da ultimo con le trasformazioni di cui abbiamo parlato si può notare come questo “sbrigliamento del significante” rischi da una parte di far arroccare ciascuno sulle sue posizioni, e d’altra parte in questo abbiamo l’impressione che tutto si omologhi e si appiattisca. Questo perché può essere reso incondizionatamente se non rimane da una parte l’intento di preservare anche l’intenzione con cui ci si accosta alla creazione artistica. Quell’intenzione, che è ancora l’unica cosa di cui valga la pena di parlare ancora davvero per me (parlare nel senso di preservare), di non forzare la religiosità del momento autentico in cui le cose affiorano da sé senza intenzione e che è specchio dell’amore disinteressato per le cose che ci circondano, l’unico segnale ancora di autenticità e condivisione in un mondo sempre più portato a fingersi anche nelle sue espressioni più integre e genuine. Ma questo, si sa anche, è un campo in cui i discorsi e i conti si fanno più di tutto con sé stessi.
G.Righele